NEWS

UNO STREGA CHIAMATO GHIRGHIS


Se trenta candidati per il Premio Strega vi sembrano tanti, pensate che probabilmente non sono ancora tutti. Manca ancora "il migrante", la foglia di fico che spunta ogni tanto per mostrare che almeno uno dei mille premi letterari italiani si è accorto che anche gli scrittori italiani, come il resto degli italiani, non sono tutti «italiani fin dalla nascita», per dirla con lo spot di un'aranciata.
No, non mi sto dimenticando che nel 2018 la vittoria è andata a Helena Janeczek, nata in Germania da genitori polacchi e arrivata in Italia a vent'anni. Ma mi stupisce sempre che il mondo dei premi e dei festival continui a snobbare chi ha alle spalle l'Africa o l'Asia, con le loro storie di guerre dittature e povertà. L'anno scorso avevo lanciato una provocazione sul nome di Antonio Dikele Distefano, che aveva scritto un romanzo di formazione molto bello, "Non ho mai avuto la mia età" (Mondadori). Ma il suo libro di quest'anno è una tale delusione...
Non che l'Italia multiculturale non sia rappresentata, tra i nomi fatti finora. Del resto, come ha scritto di recente Paolo di Paolo, le storie di migrazione stanno ridando vita al romanzo italiano. Tra i possibili candidati allo Strega ci sono almeno (scusate se non li conosco tutti e trenta a menadito...) Carmine Abate con "Le rughe del sorriso" (Mondadori), un omaggio alla Calabria accogliente di Domenico Lucano, e Chiara Ingrao con "Migrante per sempre" (Baldini & Castoldi), sugli "Italiani di Germania". Senza dimenticare Giulia Caminito, che dopo aver dedicato il suo lodatissimo esordio, "La grande A", alle radici di famiglia nel Corno d'Africa, con il nuovo romanzo "Un giorno verrà" (sempre per Giunti) racconta una storia di famiglia e di anarchia.
Ma c'è un romanzo che ai giurati è sfuggito, e che racconta la Milano di oggi come può fare solo uno scrittore che ha il dono di scivolare con disinvoltura tra alto e basso e tra culture diverse. Si intitola "La colpa", lo ha pubblicato Dea Planeta, ed è firmato con uno pseudonimo, Ghirghis Ramal. Il romanzo a me è piaciuto molto, e di chi fosse davvero l'autore non mi sono curata.
Poi da un articolo di Stefania Parmeggiani ho saputo che dietro a quello strano nome si nasconderebbe, in realtà, Walter Siti. Un sospetto che da solo vale come una conferma della qualità del romanzo. E potrebbe essere vero. A me l'idea di un autore che sceglie uno pseudonimo dopo aver scritto un romanzo che mescola mondo islamico, terrorismo e omosessualità continua a non sembrare necessariamente un trucco del marketing. Però in effetti gli pseudonimi che ho conosciuto in trent'anni tra i libri non nascondevano mai autori misteriosi, ma sempre addetti ai lavori che per qualche motivo non volevano comparire.
Comunque, se la colpa de "La colpa" è che dietro a questa storia potrebbe non esserci un coltissimo "afropolitan" ma uno dei migliori scrittori italiani, non è una ragione in più per candidarlo? E se poi vince, avremo anche noi il nostro Romain Gary che si traveste da Emile Ajar...