Libro (285)
  • Bart è molto intelligente, ha 8 anni e vive in un futuro forse non troppo remoto, in cui la vita è scandita dalla tecnologia, e ogni fase della giornata è controllata e regolata dalle macchine. È sempre da solo, dato che vede i genitori, lontani per lavoro, solo attraverso un monitor, e l’unico contatto che gli trasmetta un po’ di calore è quello con il suo orsetto Kapok. Ma ben presto anche questo conforto, giudicato dalla madre un’inutile distrazione, gli viene sottratto. Per il piccolo Bart sembra aprirsi una disperata sequenza di giornate sempre uguali, costrette in una frenetica teoria di impegni tra cui, ultimo in ordine di tempo, un corso di cinese a cui gli viene imposto di iscriversi. La strada verso un’inguaribile malinconia sembrerebbe segnata, fino a che l’incontro con una buffa gallina moroseta, scappata dal suo cubicolo e in cerca di libertà, non lo scaraventa in un’avventura incredibile che comincerà con un tuffo… dentro le pagine di un libro misterioso. Un viaggio di formazione attraverso mondi fantastici che rivelerà a Bart la verità sulle proprie origini e regalerà ai lettori una riflessione sulle distorsioni che tecnologia e consumismo imprimono a una società ossessionata dal benessere, che lascia indietro i valori più importanti e il rispetto per il pianeta che la ospita. Età di lettura: da 9 anni.

  • Il 15 luglio del ’44 Mussolini parte per incontrare il Führer a Rastenburg. È l’ultimo incontro nella Tana del Lupo, il quartier generale nazista nella Prussia orientale. Dopo aver attraversato la Germania devastata dalla guerra, il 20 luglio, allo snodo ferroviario di Görlitz, il convoglio viene fermato, i finestrini chiusi e oscurati. Mussolini e Morera, il capo della missione militare della Repubblica Sociale a Berlino, ancora ignari del fallito attentato alla vita del Führer avvenuto alle 12.42 nella sala riunione di Rastenburg, si ritrovano da soli nello scompartimento. Il Duce, il volto sofferente, segnato da una profonda amarezza, dice a Morera che l’unico compito della missione militare a Berlino è salvare i settecentomila italiani internati in Germania, che avendo opposto, per la quasi totalità, un netto rifiuto alla richiesta di aderire alla Repubblica Sociale, erano ammassati in campi desolati e sottoposti a una vita di stenti e soprusi. Un’affermazione sorprendente da parte del capo del fascismo, che soltanto qualche anno prima aveva preteso qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo della pace. Il compito, tuttavia, viene eseguito alla lettera dal pugno di ufficiali e diplomatici presenti a Berlino: il generale Morera, innanzi tutto, il tenente colonnello Viappiani, il giovanissimo consigliere d’ambasciata Bettoni, il direttore del SAI, il Servizio Assistenza Internati, Foppiani, tutti rappresentanti del fascismo in terra tedesca che non esitano a sfidare la Gestapo. Da Bettoni, che indossa la divisa da tenente delle SS per strappare ai nazisti alcuni italiani condannati a morte, al console Giretti, che nasconde per venti mesi una coppia di coniugi ebrei, nella Berlino del 1944 si gioca ogni giorno una rischiosissima partita nel nome della comune origine, al di là delle feroci contrapposizioni ideologiche. Fino all’ordine finale di Mussolini: non un italiano deve morire per difendere Berlino. Basandosi sulle testimonianze di Renzo Morera, figlio del generale Morera, e di Prisca Bettoni, figlia dell’allora consigliere d’ambasciata, Alfio Caruso illumina un’importante pagina della storia facendola riaffiorare dall’oblio, oltre a mostrare la natura conflittuale del sodalizio tra Mussolini e Hitler.

  • Un cadavere completamente carbonizzato al volante di un’auto, anch’essa bruciata; nell’abitacolo nulla si distingue dal nero assoluto se non fosse per un particolare, un piccolo e luminoso diamante all’orecchio della vittima, unico indizio per poter risalire alla sua identità. Tutto fa pensare a un incidente finito in tragedia, ma il commissario Elettra Morin, il concorso appena vinto e una gran voglia di dimostrare a se stessa e alla squadra della questura di Monfalcone di essere all’altezza, non è disposta a credere alle verità troppo scontate. Quando poi, a poche centinaia di metri, viene ritrovato un uomo nudo, ferito, che fugge da un’auto mezza sfasciata, e tutti pensano di avere in mano il colpevole, Elettra capisce di dover andare oltre le apparenze.
    La targa dell’auto la porta a un’antica villa patrizia circondata da un suggestivo giardino invaso da rovi. Il proprietario, un anziano collezionista d’arte, e il figlio, legato sentimentalmente alla vittima, restano sconcertati dalla morte della ragazza che fa riaffiorare il dolore per le tante tragedie a cui hanno dovuto assistere tra quelle mura bellissime e infernali.
    Dissotterrando il passato e cercando di svelare il presente, Elettra scoprirà che la villa nasconde molto più di quanto i superstiti vogliano raccontare e che il richiamo del sangue è più forte di qualunque arma.
  • Le famiglie De Santo e Bertelli vivono a pochi metri l’una dall’altra, in due ville dai giardini confinanti in zona Giustiniana. Adriano De Santo è un palazzinaro rampante e senza scrupoli che con la sua impresa edile ha cementificato mezza Roma; peccato che nessuno dei suoi figli abbia voluto seguire le sue orme né tantomeno adeguarsi al suo stile di vita. Ora tutte le speranze sono riposte in Max, diplomato a pieni voti al Liceo Scientifico, ingegnere in pectore ed erede designato. Il taciturno Max però nutre una passione segreta per la cucina e per la bella e disinibita vicina di casa, Clara, che spia da anni senza avere il coraggio di parlarle. Clara Bertelli è cresciuta come figlia unica, viziata e privilegiata, di due intellettuali radical chic che lavorano nel mondo del cinema. All’inizio dell’estate, però, due persone entrano nella sua vita per sconvolgerla: Gloria, la sorellastra nata da una relazione del padre prima del matrimonio, e un vicino di casa più interessante di quel che sembra. Il figlio del palazzinaro e la figlia dei cinematografari scopriranno, nel rapporto con l’altro, una parte di se stessi che non credevano esistesse, e nelle azioni di guerrilla gardening organizzate dal gruppo di Gloria una scelta di libertà e rivoluzione pacifica. Le voci intrecciate di Max e Clara raccontano un momento di passaggio per due famiglie vicinissime e lontanissime, costrette a confrontarsi con il passato e a ricostruire il futuro.

  • Quando Viola improvvisamente alza la testa dalla fotografa che sta guardando, tutto in lei e intorno a lei si ferma per qualche istante. Lì di fronte c’è l’uomo alto e dinoccolato che ha segnato la sua vita; di fronte a lei c’è suo padre. Comincia così il romanzo, con l’incontro più difficile per Viola, sognato ed evitato per così tanto tempo. Un incontro che si tradurrà in un lungo viaggio in auto, dove un padre che ha commesso molti errori e una figlia che continua a sentirsi abbandonata si confrontano e si conoscono per la prima volta. E che terminerà nelle Marche, sui monti Sibillini, là dove una donna anziana che custodisce il potere magico di quelle terre sarà forse in grado di rivelare la verità.

  • Giosuè Pindari è un uomo antico, legato alla terra, alla famiglia e a un ideale politico. Poco alla volta, senza riuscire a impedirlo, ha perso tutto: la moglie, dopo anni in cui il male di vivere non le ha concesso che brevi tregue, è ormai preda di un irreversibile declino; il socialismo, in cui ha creduto con una tenacia e una dedizione tipicamente “appenniniche”, è stato trascinato nel fango dalla corruzione; l’amatissima figlia Lulù se ne è andata e non dà più notizie di sé. Contro la degenerazione di corpo e mente si può fare poco; contro la fine di un’utopia si può fare ancor meno, mentre a una figlia che è viva e lontana – provata dalle inevitabili incomprensioni generazionali, ma sorretta da una sensibilità ancestrale e profonda – si può comunque scrivere.
    È ciò che decide di fare Giosuè, affidando alla corrente del fiume le lettere per Lulù. Arriveranno mai? Non è importante saperlo. In fondo il fiume, con le sue piene improvvise, sa sempre come arrivare a destinazione… «Se mi tornassi questa sera accanto» è il memorabile incipit della poesia A mio padre di Alfonso Gatto, un verso che è già una dichiarazione: questo è un romanzo sulla di- stanza, a volte abissale, tra gli esseri umani, specie quelli che una volta si sono amati (o almeno così era parso).
    In quella distanza vive Lulù, che adesso è sulle sponde di un altro fiume, lontana migliaia di chilometri dal fiumeterra che la legava al padre. Sulla nuova riva ha conosciuto Andreone, l’uomo “leggero” che aspetta la piena e, anche lui come Giosuè, il ritorno di una donna amata e perduta.
    La fragile meraviglia dell’incontro con quest’uomo bislacco – l’altro, così necessario al riconoscimento di sé – rivela qui tutta è come se Lulù rispondesse alle lettere paterne seguendo la corrente, e su un registro magico, dentro un’aura d’incantamento, cercasse la via per il perdono. Perdono non come macigno da gettare sugli altri, ma come atto d’amore anzitutto verso se stessi: è il primo passo, il più difficile, il più importante.

  • “Nonna, ci racconti le favole? Ma quelle vere, quelle della tua vita.” Ecco, mi è venuto il desiderio di farlo in un libro. Di raccontare quelle storie e l’amore che abbiamo conosciuto. Un sentimento che supera il tempo, lo spazio e sopravvive a tutto perché, in un mondo mutevole di faville e privilegi, come la realtà che ho potuto abitare, il vero e unico privilegio, per me, è stato quello di averti incontrato.» Franca Fendi si rivolge al marito Luigi Formilli e ripercorre la storia della sua vita: l’infanzia, dominata da una madre forte e determinata che ha portato la Maison Fendi fino alle vette dell’alta moda; il rapporto stretto e sincero con le quattro sorelle, con cui ha condiviso la passione e la volontà di fare dell’azienda di famiglia un punto di riferimento nel panorama mondiale; il grande amore, il matrimonio, i figli e i nipoti. Ma anche i momenti più bui della malattia del marito, le difficoltà affrontate insieme, il dono di infinita generosità. E intanto, sullo sfondo, un’Italia che cambia. Gli anni della guerra, che nei ricordi di bambina si condensano nei volti degli alleati con i «sorrisi orgogliosi di chi si sente importante», la frenesia e la voglia di cambiamento degli anni Sessanta e Settanta, quando sembrava che tutto fosse possibile, «dai figli dei fiori allo stile da discoteca, dalle minigonne ai caftani etnici, dalle zeppe vertiginose ai sandali rasoterra», fino alla vendita dell’azienda a LVMH, in un mercato ormai dominato dai grandi gruppi. Racconti e ricordi per scoprire il volto umano di una delle donne che hanno alimentato e fatto sbocciare un fiore all’occhiello che tutti nel mondo ammirano.

  • Premio Campiello Opera Prima 2011.

    Camelia vive con la madre a Leeds, una città in cui “l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima”, in una casa assediata dalla multa. Traduce manuali di istruzioni per lavatrici, mentre la madre fotografa ossessivamente buchi di ogni tipo. Entrambe segnate da un trauma, comunicano con un alfabeto fatto di sguardi. Un giorno però Camelia incontra Wen, un ragazzo cinese che comincia a insegnarle la sua lingua: gli ideogrammi. Assegnando nuovi significati alle cose, apriranno un varco di bellezza e mistero nella vita buia di Camelia. Ma Wen nasconde un segreto, assieme a uno strano fratello che dietro una porta deturpa vestiti…

  • Emilio non riesce a dimenticare Erica. Erica ha paura di perdere il patrigno, sua unica certezza. Stella non vede mai suo padre. Greta vive per suonare la batteria. Matteo è un mistero per le persone che ha intorno. Tutti sono studenti del liceo di Villa Erminia e hanno poche settimane per salvare la loro scuola, che rischia di chiudere sotto i colpi dei tagli all’istruzione. Così ha inizio un intreccio di sogni, nuove amicizie, amori e ribellione da cui nessuno di loro vuole dividersi. E sarà un’estate indimenticabile… Un’autrice che racconta il presente e il mondo che cambia, in un romanzo diretto e sincero.

  • Quanto vale la vita di un uomo? Tutto, niente. Julian Sinanaj lo sa bene, perché è stato un professionista della morte. Ma la sua parabola comincia molto prima. Nato in Albania sotto la dittatura di Enver Hoxha e cresciuto vicino al “mostro” metallurgico di Elbasan, dopo la caduta del regime è stato un clandestino in fuga tra le selve e i monti al confine con la Grecia, per poi approdare da straniero senza nome a Salonicco. Fin da bambino ha imparato sulla sua pelle che si smette di vivere da preda soltanto quando si diventa cacciatore. Nella periferia della città, è la mala georgiana a intravedere in lui il talento e la freddezza del sicario, e decide di coltivarli. L’apprendistato a cui lo sottopongono, un’autentica iniziazione all’arte della guerra, non tradisce le aspettative: Julian diviene l’esecutore perfetto. Ama l’ordine e detesta il caos, è ossessionato dal grande romanzo russo, domina le passioni, riesce a leggere la scena del crimine meglio degli sbirri, spara con entrambe le mani ed è un virtuoso dell’omicidio su commissione. Assoldato da diverse formazioni criminali, firma una serie di delitti i cui risvolti sono legati a filo doppio a intrighi e trame internazionali, terroristi e servizi segreti. In bilico tra thriller e true crime, avvalendosi di fonti confidenziali, Andrea Galli ricostruisce l’esistenza di un uomo programmato per uccidere e restituisce al lettore la storia vera di un’anima tragica costretta a terrorizzare per non soccombere al terrore.

  • L’idea mi è venuta scoprendo che un’associazione di cultura del cibo del territorio, Le Tavole Cremasche, compiva dieci anni. Così è nato questo libro: festeggiare con una bella pubblicazione l’idea che nel 1996, una manciata di cuochi ebbero l’idea di riunirsi ad un tavolo e parlare di cibo, prodotti e ricette tradizionali. Oggi quel piccolo gruppo ne comprende undici. Così, come una severa direttrice di collegio mi sono intestardita in questa progetto: realizzare un libro mettendoli insieme tutti quanti. Dopo anni di frequentazione di questa categoria, per me irresistibile, sono arrivata alla conclusione che i cuochi sono per lo più inaffidabili, dispersivi, mercenari, polemici, a volte un po’ presuntuosi ; dall’altra parte, spesso sono anche geniali, creativi, generosi, acuti e quindi, nell’insieme adorabili. L’impresa è stata dura, il libro è questo e loro, sono una squadra cui oggi mi sento molto legata. Ho voluto fare un libro che parlasse di noi, della cucina cremasca e lombarda, delle nostre radici cultural-gastronomiche e, indirettamente, anche un po’ di me.
    Dopo la Cucina delle Nebbie, mi cimento ancora come food stylist, ma con maggior maturità e competenza, questo ruolo di comporre i piatti e decidere la presentazione insieme ai cuochi é fondamentale per esprimere la mia creatività. Un piatto perfetto deve essere armonico in bocca e quindi più che mai la metafora musicale è azzeccata, è per questo che continuando nel gioco ho voluto scomodare un esperto del gusto e uno musicale che ci introducano in questo viaggio gastronomico: Allan Bay e Elio delle Storie Tese. Fare un libro significa selezionare le ricette, raccogliere le interviste, scrivere il tutto, stabilire con i cuochi e il fotografo la presentazione dei piatti, decidere l’impaginazione e il taglio delle foto, il titolo e la copertina. Mille piccole scelte di forma, di colore e di contenuto per raggiungere un buon prodotto editoriale e nello stesso tempo, gratificare la vista e stuzzicare quell’amato e odiato senso, ossessione di noi che scriviamo di cucina: il senso del gusto.

  • Un giorno, davanti alla televisione, per la prima volta Simona riconosce negli occhi del figlio la paura. E non è la paura catartica delle fiabe, è quella suscitata dalla violenza del mondo. La frase usata fino ad allora per proteggerlo – «sono cose da grandi» – non funziona più. Così decide di rivolgersi a lui, con semplicità, per dirgli ciò che sulla paura ha imparato. Ma anche per raccontargli la dolcezza di una vita quotidiana a due, tra barattoli pieni di insetti e scatole magiche dove custodire i propri desideri. Scrivendogli scopre la propria fragilità, e in questa fragilità, paradossalmente, una forza.

  • Dal 1954, a Milano, Spontini è sinonimo di pizza al trancio. Da alcuni anni si trova nelle guide turistiche accanto ai ristoranti stellati, alle trattorie e ai locali storici, categoria cui peraltro appartiene. Perché il caldo e soffice trancio, rigorosamente uguale a se stesso nella semplicità e qualità degli ingredienti, è la quintessenza del fast food all’italiana: le sue origini sono siciliane, i suoi inventori appartengono a una famiglia di ristoratori toscani, e il prodotto finale contiene tutto il dinamismo di Milano. 

Il libro, scritto da Roberta Schira, giornalista e critica enogastronomica, è il racconto della Pizza Spontini, una storia che si interseca con quasi un secolo di storia di Milano.

  • Sono passati nove anni dal giorno che ha deviato il corso della vita di Zeno, quando in un tragico incidente muore il suo professore, Nicola Sceriman. Ora Zeno ha trent’anni, insegna in un liceo e sta per sposarsi: è arrivato il momento di fare i conti con il passato. Perché solo lui e Agata, la sua ragazza di allora, sanno come sono andate davvero le cose, solo loro conoscono la verità sulla morte di Sceriman. Ed è proprio Agata a rompere l’antico patto di silenzio attraverso una lettera in cui gli chiede di incontrarla: “Ci sono delle cose che ancora non sai, Zeno.
    È sull’Altopiano di Asiago che è iniziato il nostro silenzio, e credo sia lì che dobbiamo concludere questa storia, adesso con le giuste parole. Ho bisogno di farlo, perché ho paura di quello che accadrebbe alla tua vita se ritornasse a galla tutto quanto”.
    Nel ricostruire quel giorno lontano torna l’amore che legava Zeno e Agata e tornano le promesse di futuro che gli anni dell’università e della gioventù portavano con sé, l’impressione di poterlo cambiare, quel futuro, il fascino sprigionato da Sceriman – autore di un solo romanzo, acclamato dalla critica e amato dai ragazzi, La natura umana, e professore anticonvenzionale, capace di stringere con gli allievi rapporti di grande vicinanza, di coinvolgerli in progetti ambiziosi, esaltanti… Ma tornano anche le verità nascoste, le ombre che raccontano un’altra storia.
    È un mirabile gioco di specchi quello in cui Mattia Signorini colloca i suoi personaggi, fra segreti, svelamenti, torsioni della memoria, in cui il lettore s’inabissa, attaccato saldamente alla pagina dall’inizio alla fine, impegnato in prima persona a trovare il bandolo di una possibile verità.

    Così eravamo noi, stelle minori. La nostra luce era nascosta da un’altra più luminosa. Eppure volevamo splendere a ogni costo.

  • “La cosa davvero bella è che questo è un libro. Non un manuale, o un blog, cioè le forme che oggi in genere sceglie chi vuole condividere esperienze e/o saperi. No no, è un libro: con i suoi paragrafi e capitoli, l’io narrante e le terze persone, la sua dose di realtà e quella di fantasia, i linguaggi che cambiano tono e ritmo, e anche la sua utilità, o necessità, come preferite chiamarla. E una caratteristica di chi scrive libri è quella di avere, a un certo punto, il coraggio, e la generosità, di fidarsi di loro e lasciarli andare. Esattamente come si dovrebbe imparare a fare anche con i figli.”

  • Il 15 aprile Susanna Tamaro è stata ospite all’evento “Incontro con Francesco”, svoltosi nella Basilica Superiore di Assisi all’interno del Meeting nazionale delle scuole per la pace, la fraternità e il dialogo. Questo piccolo ma prezioso libro riporta il discorso che, con il cuore in mano, la celebre scrittrice ha dedicato agli studenti.
    Parole appassionate rivolte ai ragazzi di Assisi, ai ragazzi di tutto il mondo, a quelli che stanno cercando la loro strada, fra insidie, ombre e solitudini. A loro Susanna Tamaro indica libertà e amore come uniche dimensioni dell’esistenza, così come San Francesco aveva fatto con lei.
    «Francesco era un uomo davvero libero: era libero perché si era spogliato di tutto, era libero perché sapeva essere in ogni cosa e gioire di ogni cosa. Francesco mi stava mostrando la strada per diventare ciò che volevo essere, una persona assolutamente libera, capace di esistere nell’unica dimensione per cui vale la pena di esistere – quella dell’amore.»

  • Teo ha otto anni e, piú ancora dello Skifiltor, desidera una famiglia felice. Ma i suoi genitori litigano sempre, ogni battaglia quotidiana sembra persa. Cosí Teo decide di combatterla lui, questa battaglia, al posto loro. Per sapere come vincerla però deve chiedere a uno che di battaglie se ne intende. Uno come Napoleone, la cui storia sta leggendo su un libro. Ma Napoleone è morto: come si fa a incontrarlo? E sarà in paradiso o all’inferno? L’inferno, tra l’altro, pare sia molto caldo, quasi come Porto Ercole d’estate. Pare sia sotto terra, ma allora perché quando fanno gli scavi per la metro non lo trovano? In paradiso invece ci arrivi con l’aeroplano privato di Dio, e solo se non dici parolacce. Poi san Pietro controlla se sei in lista. Teo bombarda gli adulti di domande disarmanti e traccia su un quaderno schemi dall’irresistibile effetto comico, per tentare di capire come funzioni: con la morte, il bene e il male, il silenzio di Dio. Il suo sguardo buffo ci mette davanti alle paure che non sappiamo affrontare. Prima fra tutte, quella di sentirci sconfitti.

  • An enchanting new fable for children and adults about a 300 year old tree, whose life is saved in a joint rescue operation by a squirrel and a miracle. A tiny but spirited seed lands in a clearing in the forest, implants itself in the earth and sprouts into a beautiful and eventually enormous and long lived tree. There is much gossip and jealousy among its neighbours, but nonetheless, its life is blessed: lovers lie beneath it, squirrels and birds line up to make their homes in its branches, 300 years of seasons and human “progress” quickly speed by. One day however, the tree falls into a deep slumber. A group of men chop down the tree and take it to St Peter’s Square to be decorated for Christmas at the Vatican. An angry and enterprising squirrel wakes up in the city and does not appreciate the change in scenery. Asking information from the pigeons, he finds a way to speak directly with the big bosses: the Pope, the Dalai Lama, the Head Rabbi… reunited in San Marco to pray for a miracle. He pleads with them to save the tree’s life… and he may even be successful.

  • Una telefonata. Qualche squillo e poi una vocina debole, lontana: “Mamma… mamma”. Seduta nel suo laboratorio in cui restaura vecchie pellicole, la cornetta stretta nella mano, Perla fatica a rimanere lucida. Eppure non ha alcun dubbio: quella che ha udito è la voce di Marie. Da cinque anni attendeva un segno che potesse riaccendere in lei la speranza di riabbracciare la sua bambina. Ora è decisa a riprendere le ricerche, ma per farlo ha bisogno di dissipare la nebbia che l’avvolge, perché della notte in cui suo marito è stato ucciso e sua figlia rapita non ricorda niente. Anche Agata Rizzo, l’avvocato che l’aveva assistita all’epoca, non vuole lasciare nulla d’intentato. Così, a costo di evocare sgraditi fantasmi, si rivolge a una vecchia conoscenza. Galeazzo D’Adda abita in una villa d’epoca sul Naviglio della Martesana. Da anni vi conduce un’esistenza solitaria e remota, con la sola compagnia del suo cane Rusty, immerso in un disordine che farebbe rabbrividire chiunque. Ma nessuno come lui sa leggere nella mente delle persone. Sebbene sia una figura scomoda e controversa, infatti, come ipnoterapeuta è il migliore. Servendosi dell’ipnosi, Galeazzo potrà scavare nei meandri della mente di Perla, cercando di riportare a galla dettagli perduti.

  • Il nonno aveva ragione, ogni cosa ha una sua voce. Ma c’erano anche cose senza voce, il futuro, ad esempio, o le domande senza nessuna risposta. Ce n’erano tante nella sua testa. Addormentandosi, Martina le vide: sembravano luci fioche su una sponda lontana. Il galeone veleggiava in direzione opposta, dritto verso la grande notte silente di un mare senza fari, di un cielo senza stelle.