Non Bastiamo A Noi Stessi

To overcome lies in the heart, in the streets, in the books from the lullabies of the mothers to the news report that the speaker reads, understanding, my love, what a great joy it is, to understand what is gone and what is on the way. 

NON BASTIAMO A NOI STESSI

Con questa lettera abbiamo chiesto ai nostri autori di esprimersi sui tempi che stiamo vivendo

Qualche giorno fa, mi è capitato di leggere una bellissima poesia. Ma quello che mi ha colpito più di tutto è che pur essendo attualissima, l’ha scritta Nazim Hikmet cent’anni fa durante il suo periodo di prigionia in Turchia. Sono parole che parlano all’anima.
Stiamo soffrendo tutti molto in questi giorni; ma nessuno, più di uno scrittore, può trasformare quelle emozioni in parole, e mai come in questo momento ce n’è bisogno.
Il mondo intero sta guardando l’Italia, che verrà presa come esempio per l’emergenza che stiamo vivendo, avendo dovuto affrontarla per prima.

Attilio Attilieni

In queste ultime settimane abbiamo fatto una grande scoperta: si può vivere senza lavorare.
Passiamo le nostre giornate senza pensieri, a inseguire farfalle e raccogliere fiori nei campi profumati dalla Primavera, in un ritrovato Paradiso Terrestre, lontani dalle mura domestiche, nelle quali non siamo imprigionati.
E se qualcuno ci chiede: che ne dici di fare qualcosa? Con un sorriso di sufficienza rispondiamo: no, grazie, non prendiamo impegni.
Se qualcun altro insiste: non sarebbe il caso di rimboccarsi le maniche? Rispondiamo: amico, non lo vedi? Madre Terra ci offre spontaneamente quello di cui abbiamo bisogno per vivere. E, se qualcosa manca, c’è chi veglia su di noi, e rimpingua i nostri conti correnti.
Che bella sensazione, esser tornati allo stato di natura.
E se il Grillo Parlante, abbandonata per un attimo la spalla di Pinocchio, si fa vivo e sussurra: siete sicuri? Non ci sarà poi da pagare il conto? Rispondiamo: ma no! Non lo vedi? Si può vivere senza lavorare!

Lorenzo Beccati

Annunci della protezione civile:
oggi 259 deceduti
oggi 523 deceduti
oggi 727 deceduti
….
vorrei che non fossero gettati tutti
in un numero che sa di fossa comune.
vorrei che dicessero i loro nomi,
uno per uno… uno dopo l’altro.

Sara Benatti

CI SONO ANCORA I COLORI

Ho comprato un bellissimo paio di jeans per la primavera. On line, come mi capita spessissimo – miracoli dellʼera moderna. Mi è arrivato a casa un pomeriggio di sole, li ho provati, li ho adorati: un poʼ scoloriti, con il taglio hippie anni Settanta e fiori ricamati dal ginocchio in giù. «Fantastico», ho pensato. «Adesso ne approfitto per andare a prendere un gelato.»
Sono quasi arrivata alla porta, prima di fermarmi.
Perché questʼanno di gelati non ne ho ancora gustati, passeggiando sotto i glicini sul lungolago dove vivo io. E quel sole così invitante lo osservo solo dalla finestra, affacciata su una di quelle graziosissime piazzette che le città italiane amano sfoggiare – una piazzetta vuota e silenziosa, adesso. Solo un mese fa, sarebbe stato impensabile tutto questo: un intero Paese bloccato, strade deserte ovunque, per non parlare di tutte le altre nazioni che vivono esperienze simili. Cʼè stato lo stordimento iniziale, quello che mi faceva girare per casa con la voglia di abbattere le pareti a calci perché mi mancava lʼaria, in pura cabin fever; cʼè stata lʼansia che mi impediva di concentrarmi e mi faceva passare le serate a rincorrere le notizie dellʼANSA e i contradditori articoli di esperti presi inevitabilmente in contropiede da scenari imprevedibili e inediti; cʼè stato il rimboccarsi le maniche, per non cedere a questa marea tanto più insidiosa perché gioca sulla sensazione peggiore di tutte, lʼimpotenza.
O forse no, forse una sensazione ancora peggiore cʼè: ed è la paura, che inscena la sua danza ogni giorno, ormai, nelle case così come sui social, sui giornali e le televisioni. La paura, che tira fuori il peggio, da tutti: da chi la sfrutta per attirare qualche click in più sproloquiando su folle indisciplinate di untori che invadono le città in barba ai decreti, a coloro che sbraitano dalle finestre, novelli vigilantes, contro chi si azzarda a passare per strada – magari solo per andare in farmacia; da chi cerca capri espiatori a tutti i costi a chi si crogiola nel catastrofismo dipingendo tetri scenari di clausura che dureranno mesi e mesi. Non nascondo che è stato, più di tutto, il livore di chi tenta di dipingere ogni cosa di nero a farmi desiderare di staccare internet e tagliare anche quellʼultimo legame con il resto del mondo; non per ripicca, ma perché in certi giorni, in certi momenti – e sono sicura che li abbiamo avuti tutti – non affondare è veramente difficile, e il peso degli insulti, dei proclami apocalittici, del puro e semplice pessimismo intriso della malcelata soddisfazione da «lʼavevo detto, io!» è troppo per caricarselo addosso.
Poi, però, ho cominciato a notare anche le fiammelle di candele – tante, tantissime – accese da tutti coloro che si sforzano di alleviare questa tetraggine. E non parlo solo dellʼimpegno dei medici, dei ricercatori, di tutti coloro che, là fuori, lavorano ancora attivamente per farci tornare alla vita vera. Parlo di tutti coloro che si ingegnano ogni giorno per offrire una distrazione o un sorriso al mondo – chi propone video lezioni e brevi corsi sui più svariati argomenti, chi si inventa storie o fumetti o scatta fotografie buffe in una squinternata e irresistibile cronaca pandemica; chi scova giochi on line per radunare su Skype gruppi di amici lontani, chi balla a distanza il sabato sera grazie a party virtuali, chi ogni giorno condivide tè e torte in video con parenti e persone care. Certo, in queste settimane abbiamo visto tragedie, indifferenza, livore; ma tanto, tanto di più io ho visto lo stringersi di amici veri, le mani tese, le parole di conforto offerte spontaneamente, i sorrisi e le risate in attesa di poter di nuovo ballare dal vivo, e abbracciarsi davvero. Tutti li abbiamo avuti, i momenti di sconforto, non possiamo negarlo; ma né io né le persone che amo né gli amici o i conoscenti siamo mai stati davvero soli, per quanto distanti fisicamente, e ogni volta che qualcuno vacillava, altri lo hanno sorretto.
Ci saranno giorni buoni e giorni brutti, ma sarà la nostra reazione a mostrare davvero chi siamo; questo mi ha detto uno di quegli amici, qualche giorno fa. E le reazioni che ho visto mi hanno scaldato il cuore, mi hanno fatto ringraziare il cielo per i tanto bistrattati social, per le magie di internet; mi hanno fatto sperare, mi hanno dato forza. Non so quanto durerà questa situazione, ma so che il giorno in cui riapriranno le gelaterie indosserò i miei jeans nuovi cosparsi di fiori, mi godrò un gelato sotto il sole primaverile insieme alle persone più care, vedrò tutti i colori che tetraggine, pessimismo e livore non hanno cancellato. E non dimenticherò: né il sacrificio di chi ha lavorato per sconfiggere il virus, né lʼaffetto, i sorrisi e il calore di cui si sono dimostrate capaci le persone. Una luce così grande che ha brillato ovunque, perfino da dentro le quattro mura dovʼeravamo rinchiusi.

Mattia Bertoldi

Distanti ma vicini, insieme ce la faremo, lontani eppure uniti. Mai come in questi giorni il concetto di spazio è stato messo in primo piano da politici, scienziati e slogan. Come possiamo far sentire la nostra vicinanza a una persona? Su quale piano dobbiamo agire per mantenere un rapporto? Cosa ci unisce veramente?

Le autrici e gli autori sono forse le persone più adatte ad affrontare queste domande. In On Writing, Stephen King dice che “la scrittura è la quintessenza della telepatia, perché tra scrittore e lettore avviene un processo mentale di trasmissione e ricezione che supera spazio e perfino tempo”. Chi scrive ha insomma una responsabilità ben precisa: trasmettere al lettore delle emozioni, facendolo al meglio delle proprie capacità.

In molti, durante questi giorni di auto-isolamento e auto-quarantena, hanno sentito l’urgenza di leggere o di scrivere. Si sono messi in ascolto, alla ricerca di messaggi e significati, e hanno trovato nelle parole un aiuto e un sostegno per superare dei momenti difficili. Questo è forse il periodo migliore per constatarlo. Questi sono i giorni ideali per persistere nel nostro impegno.

Dicono che quando il coronavirus sarà passato, tutto cambierà: abitudini, idee, atteggiamenti. Le scrittrici e gli scrittori saranno così chiamati a sintonizzarsi sulle frequenze di una nuova società, a guardare in faccia le fragilità (emerse) dell’uomo del XXI secolo, ad assestarsi in un contesto differente.

E poi saremo chiamati a scrivere, di nuovo. Perché è questo l’unico strumento grazie al quale potremo rimanere vicini ai nostri lettori. Nonostante i limiti. Nonostante le difficoltà. Nonostante le distanze dettate dallo spazio e dal tempo. La scrittura continuerà a regalare e a regalarci delle emozioni e questo (ne sono sicuro) è il conforto che molti serbano nel cuore contando le ore, i giorni, le settimane.

Dario Buzzolan

Gli esperti erano prudenti (gli esperti sono sempre prudenti), ma sembrava finita. Qualcuno addirittura usava il verbo essere: è finita; aggiungendo poi uno scaramantico speriamo bene, un pio se dio vuole o un sincero era ora.
Ma pareva finita. Pareva proprio finita. Eravamo rimasti chiusi in casa per mesi, assediati da un minuscolo parassita fatto di proteine, tre arroccate insieme in una specie di corazza protettiva e una quarta piena di RNA. Se ti entrava nel corpo, il parassita incollava il proprio genoma al tuo e cominciava a fotocopiarsi insieme a lui. Una brutta bestia.
Molti di noi erano morti; molti avevano sofferto; molti avevano avuto paura; altri avevano soltanto aspettato.
Erano rimasti chiusi con i figli, le mogli, i fratelli, le sorelle, i padri, le madri, i cani, i gatti, i canarini e i pesci rossi (o di altri colori). Alcuni di buon grado; altri indifferenti; altri ancora disperati. Si erano rinsaldati rapporti, si erano polverizzati rapporti. Qualcuno era impazzito; qualcun altro si era convinto di aver ritrovato se stesso; altri ancora avevano ritagliato bamboline di carta per i loro bambini o per se stessi, cucinato centinaia di piatti differenti e mangiato fino a raddoppiare di peso, cucito improbabili capi d’abbigliamento, scritto memorie appassionanti o prive di qualunque interesse, scattato fotografie dal balcone, ascoltato musica, pulito a fondo la casa, chiacchierato al telefono o al computer con amici lontani o perfetti sconosciuti, fatto sesso reale o virtuale, assunto droghe, letto libri, visto e rivisto film degni o indegni. Qualcuno si era lavato con regolarità, addirittura maniacalmente; qualcun altro aveva smesso di farlo.
Cosa avesse fatto Lucio, io non so dire. In tutti quei giorni di isolamento non abbiamo mai parlato, non ci siamo mai scritti, non abbiamo avuto contatti se non visivi. Lui a ore fisse – intorno alle dodici e intorno alle venti – compariva alla finestra e guardava sotto, una mano poggiata al vetro e una davanti alla bocca, come immerso in pensieri cruciali. Quando mi vedeva, a mia volta affacciato alla finestra, staccava la mano dal vetro e mi salutava; e sorrideva appena. Oddio, mi pareva che sorridesse; ma a quella distanza non potevo esserne certo. Diciamo che volevo esserlo.
Io Lucio mica lo conoscevo bene. Era il mio vicino di garage, e una volta l’anno ci trovavamo all’assemblea dei proprietari di garage, tutti a parlare di infiltrazioni e saracinesche malfunzionanti e telecomandi e colonne danneggiate da manovre maldestre. In lui avevo riconosciuto il mio stesso sovrano e sarcastico disinteresse; e poi, tutte le volte che prendeva la parola e diceva qualcosa, mi trovavo d’accordo con lui, e viceversa. Se non fosse accaduto quello che è accaduto, se non fossimo stati costretti nelle nostre case per un tempo così lungo, probabilmente alla fine di un’assemblea ci saremo messi d’accordo per un caffè, o magari perfino una birra, e da conoscenti saremmo diventati amici; o qualcosa del genere.
Ma non era stato possibile. Così, durante l’isolamento, ci limitavamo a guardarci da lontano e salutarci con un cenno.
Poi tutto era finito. Gli esperti erano prudenti, ma prudentemente dicevano che il parassita era stato sconfitto; che finalmente si poteva uscire. E tutti finalmente uscirono. Andarono in strada, senza uno scopo, senza una meta, così, per il puro gusto del fuori.
Anch’io uscii. Incrociai amici e amiche, e volti mai visti, e gente di ogni età, e abbracciai quante più persone potevo. Un paio ne baciai anche. A caso. Una ragazza addirittura sull’angolo della bocca ben disegnata. Gli esseri umani scorrevano come acque di un fiume rapinoso, mangiavano e cantavano e correvano e giocavano e si toccavano e s’inseguivano, tutto per strada, tra le auto in sosta e quelle che avevano appena ripreso a circolare e si erano subito imbottigliate. Le serrande dei negozi si alzarono tutte insieme, con fragore, e le merci furono spolverate ed esposte, illuminate, offerte, comprate e vendute. Tutto ripartiva, fabbriche e uffici e portinerie e mercati e botteghe e palestre e parrucchieri. L’estetista d’angolo si mise a fare mani e piedi ai clienti sulla strada, con due seggiole e un cartello che diceva: “Mani e piedi gratis”.
Camminai per un po’ nella folla, respirai, risi, ritrovai il gusto dell’andare libero sebbene le vie d’intorno a casa mia fossero anguste e tortuose.
Dopodiché capitai sotto casa di Lucio e, d’istinto, alzai lo sguardo.
Era lì, ancora alla finestra. Ancora dietro il vetro, con una mano appoggiata e l’altra davanti al volto. La sua classica postura.
Feci qualche passo indietro per entrare nella traiettoria del suo sguardo. Agitai le braccia. Mi salutò come faceva nei giorni di isolamento. Gesticolai con più foga, senza esito. Si limitava ad annuire e ripetere il suo cenno di saluto.
Allora persi la pazienza e andai al suo citofono. Dovetti premere il pulsante almeno quattro volte prima di ottenere risposta.
“Chi è?” disse la sua voce, distorta dall’altoparlante.
“Chi vuoi che sia?” dissi un po’ irritato. “Sono qui sotto.”
“Sì, sì. Ti ho visto.”
“Non scendi? Non vieni fuori?”
“No, grazie.”
“Ma come no grazie? Vieni a fare due passi, a respirare aria.”
“Davvero. Preferisco di no.”
“Ci facciamo un caffè. Una birra.”
“No, no.”
Per qualche istante, rimasi muto. Paralizzato. Non sapevo che dire. Poi mi riscossi e domandai soltanto:
“Ma perché?”
Nessuna risposta. Suonai ancora, ma non venne più.
Deluso, mi rimisi a camminare in mezzo alla folla, senza capire. La sera bevvi molto e il pensiero di Lucio, con la sua immagine alla finestra e la sua voce distorta, si dissolse dolcemente. Era tutto finito, bisognava festeggiare. Essere felici.
Ma il mattino dopo ero di nuovo sotto casa sua. E lui era di nuovo lì, oltre il vetro.
Tornai a sbracciarmi, lui ripetè il suo insopportabile saluto. Io a quel punto colpii l’aria davanti a me con un pugno – pura stizza – e gli voltai le spalle.
Mi lasciò fare quattro passi. Poi sentii la finestra aprirsi e la sua voce chiamare il mio nome. Mi fermai, ruotai su me stesso.
“Che fai ancora lì?” gli domandai.
“Cerco di capire”, disse.
Seguì un lungo silenzio. Recuperai l’eco delle sue parole nella mia testa e le esaminai a fondo, perché non ero certo di avere udito, compreso.
“Capire cosa?” domandai.
“Capire com’è. Com’è fuori.”
Altro pugno nell’aria, anche se più lieve. “Lo sai com’è fuori! È bellissimo. Dai, vieni, giù.”
“No, no”, si schermì. “Aspetto ancora un po’.”
“Ma che cosa devi aspettare? Cosa devi capire?”
Si strinse nelle spalle e allargò leggermente le braccia, come si fa davanti a qualcosa di ovvio.
“Se è tutto come prima”, disse piano.
Anch’io mi strinsi nelle spalle; ma subito aggiunsi: “Si può sapere che diavolo stai dicendo?”
“Perché se è tutto come prima”, disse guardando oltre me, “allora che vengo fuori a fare? Già lo conosco. E non mi interessa.”
“Ma, Lucio…” riuscii a dire; poi mi bloccai, perché non avevo la minima idea di come andare avanti.
Non faceva una grinza, in effetti.
Lui chiuse la finestra con un movimento lentissimo; e un’attimo prima che le due ante s’incastrassero l’una nell’altra, disse ancora:
“Dammi il tempo. Un po’ di tempo, almeno.”
Poi sparì nel buio del suo soggiorno. Fu l’ultima volta che lo vidi.

Alfio Caruso

Noi italiani ci piacciamo poco e per tirare fuori il meglio abbiamo bisogno di sprofondare nel peggio. Non siamo quindi nella condizione di dare consigli, tuttavia mai come in queste settimane il pianeta ci è apparso piccolo, indifeso, delicato. Siamo ancora in tempo a provvedere? Oppure prevarranno egoismi, opportunismi, menefreghismi?

Romina Casagrande

A volte il compito di un autore è quello di farsi vaso, giara, raccogliere storie per trasformarle in vento. Questa, è la storia di una mamma e del suo bambino. Di Monica, una mamma coraggiosa, e di Lorenzo, un bambino che da grande vuole fare il portiere, affetto da una rarissima malattia respiratoria. Delle sue operazioni, che gli hanno spezzato l’aorta, dei controlli medici e delle attese. Isolati dal mondo, Monica e Lorenzo combattono da diversi anni la loro battaglia silenziosa. Il coronavirus ha stravolto ancora di più le loro vite, perché Lorenzo, ora, non può curarsi. La malattia aggredisce i polmoni, ruba tempo. Lui, è fra le persone “più fragili”, quelle che il virus spezzerebbe. Quelle a cui la gente pensa, quando legge il giornale o ascolta i dati, e dice: ‘A me non può capitare’. In quel numero, fra quei numeri, c’è tutta la vita di Lorenzo e della sua mamma. Ci sono le domande. “Mamma, se muoio tu mi stai vicino?” 
E c’è l’Arte di Monica, le sue mani che cercano la paura per ingabbiarla sulla tela, mescolandola al colore e alle forme. Mani che curano.
Nel vaso di Pandora scoperchiato dalla curiosità e dall’arroganza degli uomini, restò un piccolo spirito, la Speranza. Ma anche la Speranza è un demone, uno dei mali lasciati liberi di soffiare sul mondo se non viene domata e porta inganno. Non può esserci speranza vera, senza la nostra azione. Basta poco, basta capire che siamo creature interconnesse, fra di noi, con la natura, con il cielo e con la terra. Nessun uomo è un’isola, nessun uomo è un numero. Proteggiamoci, proteggiamo chi amiamo e chi ancora non conosciamo. Facciamo che l’isolamento non sia solitudine di cuori. Diamo alla speranza un volto, mani, un colore. Diamole il nostro coraggio.

Grazie a Lorenzo e Monica Pizzo.
Quadro “La follia”, di Monica Pizzo

Daniela Fedi

Non ho fratelli, ma sono cresciuta con quattro cugini che amo molto. Tre di loro fanno i medici e uno, il mio preferito, ha preso il coronavirus. Due settimane fa è stato ricoverato e messo in C-pap che sarebbe il casco per la ventilazione meccanica a pressione positiva: l’ultima spiaggia prima dell’intubazione. Lui grazie al cielo non ci è arrivato. Deve aver passato giorni molto difficili tra febbre, dolori dappertutto e il senso di soffocamento. Poi ha cominciato a stare meglio e sono arrivati i suoi primi messaggi. Il più bello è di una settimana fa. “Ciao, se ti va scrivimi qualcosa delle tue giornate o dei nostri ricordi, quello che vuoi. Leggerti è una gioia”. Questo è il primo racconto che gli ho mandato whatsapp.

“Ciao, stasera ti scrivo una storia dello zio Bepi, fratello di nostra nonna Lina. Era grande, grosso, un marcantonio. Durante la Grande Guerra un asino pensò bene di dargli un calcio mentre saliva in montagna con un carico di armi per la sua guarnigione. Lo zio Bepi si girò e gli diede un pugno in testa stendendolo. Finì così sulla copertina de La Domenica del Corriere disegnata da Walter Mollino. Non sai quanto l’ho cercata nell’archivio Rizzoli… La nonna mi raccontò poi che dopo la disfatta di Caporetto suo fratello tornò a casa e la trovò occupata da una guarnigione di austriaci. Per evitare di farsi ammazzare decise di fingersi matto. Si arrampicò sulla grande quercia all’ingresso della villa e si mise a urlare prima in tedesco “Was für ein wundeschöner Vogel wäre ich” e poi in veneto “Oh che bel osel che saria mi” con quanto fiato aveva in corpo. Passava le giornate così fingendosi matto a uso e consumo degli austriaci. Di notte scendeva per andare a dormire nel suo letto. Si beccò la spagnola due giorni dopo la partenza degli austriaci sconfitti e guarì brillantemente come stai guarendo tu”.

La pandemia di Spagnola iniziò nel 1918 nelle trincee della Grande Guerra. Finì nel 1920. Arrivò a infettare 500 milioni di persone nel mondo provocando il decesso di 50/100 milioni di individui. In Italia si manifestò a Sossano, in provincia di Vicenza, non molto lontano dalla casa di nostra nonna a Tezze di Piave. In due anni ha ucciso 600 mila italiani. A oggi il coronavirus ha provocato ufficialmente 15.362 morti nel Bel Paese.

Chiara Francini

Homo genus without the sapien
è l’uomo che memoria non ha.
Il dolore si pensa fratello del buio, ma è sbagliato, perché gemello è della luce.
Che come lui è fatta di milioni di vetri spezzati che rivomitano e restituiscono miliardi di riverberi di sole diversi e tutti meravigliosi al pari.
Il dolore è così: una tasca da cui tirando fuori schegge trasparenti, ti ferisci e sanguini.
Ma così solo puoi alleggerirla.
Poi, i tagli si chiudono e allora il dolore perde la luce e la memoria.
E diventa altro. Diventa buio.
Homo genus with pain of remembrance is a human being.

Viola Di Grado

 

Diego Galdino

Ieri sono uscito per andare a fare la spesa, una delle pochissime cose che si possono fare in questi giorni per non stare chiuso in casa. Nel ritornare a casa ho fatto una deviazione e sono andato a trovare le mie figlie. Non le vedevo da giorni e non ho resistito. Sono un padre divorziato. Loro vivono con la mamma in un’altra casa. Mi mancano tantissimo. Ho fatto il bravo, malgrado la voglia di abbracciarle fosse insostenibile ho resistito. Le ho guardate cinque minuti di seguito restando sul pianerottolo, mentre loro erano sulla soglia della porta di casa. Non abbiamo detto molto, era inutile chiedere come stai. Nessuno sta bene in questo momento. Ci siamo più che altro ‘sorrisi’. Quei sorrisi fatti con gli occhi, utili a dire tutto quando hai una mascherina che ti copre la bocca. Poi ho alzato una mano per salutarle e sono andato via. Ho paura. A volte durante il giorno piango di nascosto. Per non far preoccupare mia moglie. Prego affinché Dio protegga le mie figlie al posto mio, visto che Lui può star loro accanto tutte le volte che vuole. Ma Lui è Dio ed io un semplice essere umano. Non ho paura della malattia, di morire. Ho paura che questa cosa ci cambierà per sempre. Non in meglio come dicono tutti, ma in peggio. Ci segnerà come quando da bambino ti scotti e non ti avvicini più alle fonti di calore.  Avremo paura di abbracciare le persone? Ci isoleremo ancora di più? Magari faremo delle nostre vite uno di quei ranch del vecchio west, dove ognuno non vedrà al di là del proprio recinto. Però la paura fa bene. Ti aiuta a rimanere concentrato. Ti aiuta a non sbagliare. Ti fa stare attento anche ai dettagli, che sono decisivi per vincere una causa. In questo caso la causa di una malattia. Perché alla fine in un modo o nell’altro noi dovremo vincere. Perché nessuno può mettere le mie figlie in un angolo… Di un pianerottolo.

Rossana Gastini Balduzzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’era una volta, un uomo alla ricerca spasmodica di una sicurezza economica che, come tutti gli abitanti della Terra, considerava l’elemento essenziale per vivere felice. Quando sua moglie restò incinta, però, il suo modo di vedere la vita cambiò.
-Non possiamo fare viver nostro figlio in questo mondo in cui domina l’egoismo, l’ingiustizia e l’iniquità, non possiamo farlo crescere in mezzo a individui ciechi di rabbia e di invidia in continua lotta tra di loro- aveva detto l’uomo.
– E come potremo proteggerlo? Non esiste luogo sulla Terra in cui si possa vivere in perfetta armonia – aveva detto sua moglie…

Lorenza Gentile

21 Marzo 2020

Nevica. È il secondo giorno di primavera, il ventesimo di quarantena. Credo. Tenere il conto dei giorni è difficilissimo. I superstiziosi credono sia successo tutto per via dell’anno bisestile. Tenere il conto dei giorni è difficilissimo perché si somigliano. Non che quelli prima non si somigliassero. Ma ora si somigliano di più. Se prima godevano di una vaga somiglianza, come fratelli, adesso sono gemelli omozigoti. Di quelli che se non li vedi insieme e uno non ha almeno un tic non li riconosci.
In giorni così ti salva la routine.
Io mi sono buttata sulla cucina. Se mi avessero detto: ti butterai sulla cucina avrei risposto: impossibile. Invece (Lazzaro alzati e cammina!) mi sono buttata sulla cucina.
Fuori nevica e io e mio marito “pinziamo” i ravioli uni a uno, una caterva di ravioli, perché noi in quarantena siamo in sette, una famiglia allargata come ai tempi della guerra.
E proprio come durante la guerra, la gente fuori se ne va all’altro mondo. A centinaia. Quando ci penso sento caldo al petto, mi viene una scarica di tosse. Tosse secca. Dicono che sia psicosomatica, per me è il bisogno di condividere la loro miseria. O di prepararmi al peggio. Ci si sente così? Succederà anche a me?
Quanto durerà? Sperimenteremo a ritroso tutte le pietanze dell’albero genealogico? Arriveremo alla salsa di acciughe e interiora di pesce che facevano gli antichi romani? Torneremo a farci il pane e a cacciare? A mungere le mucche? Finiremo col prepararci il panettone da soli? Se così fosse dateci il lievito. In Australia vengono alle mani per un rotolo di carta igienica, in Inghilterra è finito il latte a lunga conservazione, in Italia manca il lievito per la pizza. Tra poco con la pasta madre ti ci comprerai una casa, aggiungici una boccetta di Amuchina e te la danno con la piscina.
Per la prima volta noi delle generazioni X e Y smettiamo di illuderci che il tempo sia un interminabile attimo fluido e continuo, che la vita sia sempre e solo comfort e felicità.
Sono in attesa, è un mese che attendo. Cosa attendo? Che qualcuno venga e mi dica: ma ci sei cascata? Non è vero niente! Non è vero di Bergamo, né di Brescia, la gente non affolla gli ospedali, la tua amata Milano è esattamente come prima. Attendo che qualcuno mi dica che è tutto come prima, perché so che non lo sarà mai più.
Mi mancano le piccole cose, abbracciare mia nonna senza paura di farle del male, tornare a vedere gli amici in carne e ossa, portare i fiori a una cena.
Come terminava la guerra? Ecco l’unico pensiero che riesce a mandarmi avanti in questi giorni stanchi: con una grande festa. La guerra era lunga e dolorosa, ma era così che finiva. Si brindava fino all’alba. Perché questa dovrebbe essere diversa?
Sembrava un problema nostro, ma è del mondo intero. Quale virus si blocca alla frontiera? Il problema è il pianeta. È lui che dobbiamo curare. A lui manca l’ossigeno, lui ha bisogno di spazio e di silenzio e di tempo e giorni uguali come gemelli. La vera guerra è difenderlo.
Non dovrebbe nevicare in primavera, non dovremmo prendere l’influenza dai pipistrelli, non dovremmo prenderci a cazzotti per la carta igienica ma stringerci forte ogni volta che ci vediamo, come prima. A questo proposito mi viene da pensare: i poveri mammut si sono estinti, ma noi che abbiamo i mezzi giusti non possiamo fare un po’ meglio?

Chiara Giunta

Mai come in questi giorni si è manifestata la potenza del pensiero. Inibiti nella azioni, spaventati e confusi abbiamo scoperto che il tempo e lo spazio non ci appartengono più. Abbiamo consapevolmente rinunciato a molte delle nostre libertà costituzionali, ma non alla libertà di pensiero.
Io vedo intorno a me case colme di sogni, di ricordi, di speranza, ma anche di rimpianti , di nostalgia, di incredula percezione di avere perduto un mondo che si è dissolto sotto i nostri occhi.
Il pensiero però vola libero e alto, sopra le costrizioni e le gabbie della realtà. Immagina il futuro, progetta una nuova vita, sviluppa una nuova socialità, corre veloce sui viali dell’impossibile.
Chi saremo e chi vorremo essere sarà il frutto concepito dalle nostre menti nei mesi trascorsi a interrogarci sul reale valore dei sentimenti e delle relazioni, un pensiero collettivo che prenderà forma nelle azioni, quando ci sarà dato di compierle.

Alessandro Golinelli

Milano è silente, pulita e scintillante sotto la forza del sole in queste fresche giornate di cielo terso. Vuote le sontuose piazze, i viali alberati, i teatri, i cinema, i musei, le palestre e le migliaia di negozi, ristoranti, locali, e di uffici, che si trovino in torri di cristallo o con gli stucchi sul soffitto e i parquet a spina di pesce.
Affollate, invece, le case, come prima lo erano soltanto la notte.
Il silenzio è rotto dal Doppler di qualche sporadica auto o del bus, dal cigolio della bicicletta di un rider africano o da una delle decine di lingue del mio quartiere urlata al telefonino da un saltuario passante: in città non c’è il tormento delle le campane che suonano a morte come nei paesi delle valli lombarde.
Se esco, le lunghe code ai supermercati sono sempre più meste e taciturne. Anche tra amici si è stanchi di parlare del virus, nauseati dal caos di notizie, e non si ha altro da dire nella paralisi emotiva di giornate identiche, piatte, da reclusi. Ci si telefona meno che all’inizio, quando eravamo eccitati dall’allarme, quando si pensava di dover stare solo un po’ a casa, quando si organizzavano i canti e gli applausi alla finestra o sul balcone. Quando ci si dava appuntamento a presto. Quando non ci si preoccupava se ci sarebbero bastati i risparmi.
Perché si comincia a contarle queste giornate, rosi dal dubbio che non passi. Sorpresi, sbalorditi di dover sperare di sopravvivere, di doverci affidare alla sorte per il posto in rianimazione, mentre Facebook sa che stiamo cercando un nuovo divano e dialoghiamo con un cellulare fantascientifico appena vent’anni fa. Di settimana in settimana cresce il timore che il dopo potrebbe essere il rassegnarsi a vivere circondati o dalla morte o da miseria e disperazione. Di colpo ci balena l’idea che la nostra esistenza non sia gratis come ci siamo raccontati negli ultimi anni. Che non c’è un diritto alla vita ma una lotta: questa è la natura.
Vorrei scrivere parole meno amare e crudeli e potrei parlarvi del coraggio di molti lavoratori o della solidarietà che a Milano non si è fermata un istante. Che forse continueremo a sentirci fratelli anche dopo e abbatteremo finalmente le frontiere per dare un governo al pianeta.
Ma dovrei tacere dei seminatori di odio, di chi se ne infischia delle regole, di una classe politica mondiale impreparata, autoritaria e cialtrona, di noi che abbiamo premiato con denaro, fama e potere i peggiori e non i migliori. O dei rivoltanti sciacallaggi politici.
Ma è tutto davanti ai vostri occhi, non avete bisogno dei miei. Posso rivelarvi cosa vedo se chiudo le palpebre: la spiaggia di sassi della mia infanzia dove torno ogni estate e che ad agosto sarà meravigliosa come sempre.

Evita Greco

Quando ero bambina passavo l’estate in una spiaggia a pochi chilometri da casa, tra la ferrovia e una raffineria. L’acqua del mare era così bassa, a riva, che potevi appena immergerti. Ma noi bambini non ci facevamo caso, o meglio: il mare è ciò che impari a conoscere e per noi era quello.
Io e mia sorella avevamo inventato un gioco. Ci immergevamo e, all’inizio, tenevamo la nostre fronti una appoggiata all’altra . Una delle due diceva una parola o una frase cortissima e l’altra doveva indovinare quale fosse. Continuavamo a rimanere sott’acqua finche una delle due non aveva bisogno di respirare o l’altra indovinava la parola. Il primo giro era facile e, non so perché, sceglievamo per quei primi giri parole semplici e frasi sciocche. Al successivo ci allontanavamo un po’, mettevamo entrambe le nostre mani davanti al naso, così sapevamo che era la giusta misura, e ricominciavamo. Una parola o una piccola frase detta, sott’acqua finche non serviva aria, o finche non trovavi quella parola. A quel punto, certe volte, capitava che urlassimo un po’. Ma quando urli, quello che dici non diventa più chiaro, non lo diventa quasi mai. E’ così anche sott’acqua, anzi lo è molto di più: molto più distorto, molto più complicato da capire. Urlavamo comunque, perché le urla, a quella distanza e attraverso l’acqua potevano sembrare una festa. Poi andavamo avanti, ancora un po’ più distanti. Con le mani sui gomiti l’una dell’altra iniziavamo il terzo giro. Facevamo lunghi respiri, ci guardavamo negli occhi, mettevamo la testa sott’acqua e facevamo quel che dovevamo: dire la parola, calibrare il respiro, provare a sentire, testa fuori per respirare e ancora sotto, finché non capivi la parola.
Al quarto giro tendavamo le braccia davanti a noi e ci tenevamo per mano. Era a quel punto che, non ho mai capito quale fosse il motivo, le parole diventavano più complicate, le frasi più vere. Come se quella distanza potesse mettere al sicuro quel che avevamo da dire. Non urlavamo quasi più, a questo punto del gioco.
All’ultimo giro le nostre mani non si toccavano più, nulla di noi si toccava, lasciamo che fosse il mare a stabilire la giusta distanza. Non credo di non aver mai urlato, a questo punto del gioco. Eppure adesso mi pare di sapere che suono fa qualcosa urlato attraverso l’acqua. In ogni caso, capitava spesso che non ne venissimo davvero a capo. Capita cioè che nessuna delle due indovinasse cosa stesse dicendo l’altra. La sequenza era la stessa. Lunghi respiri, occhi negli occhi, testa sotto, fuori la parola, di nuovo fuori la parola, finché non ti manca il respiro. Non ci arrendevamo facilmente, ma capitava di doversi arrendere. Capitava che alcune di quelle parole andassero perse, soprattutto quelle più vere, quelle che dicevamo quando era il mare a stabilire a la distanza. Capitava anche, però, che d’improvviso capissimo. Magari quando il bagno era finito, quando stavamo ormai giocando ad altro, o persino quando stavamo tornando a casa. Una guardava l’altra e sapevamo di aver capito. E anche quando non succedeva, quando non capitava che alla fine capissimo, arrivava sempre il momento in cui una guardava l’altra e, almeno, capiva di certo che cosa avrebbe voluto dire, quando era lì sott’acqua. La parola che più serviva, la frase più vera.
Adesso mi sento come quando giocavo a quel gioco. Guardo negli occhi, faccio lunghi respiri, mantengo la distanza.
E so che, quando tutto sarà finito e saremo fuori dall’acqua o sulla spiaggia o persino più avanti ancora, verso la strada di casa, non è detto che capiremo tutto quello che ci siamo detti attraverso l’acqua. Qualcosa andrà perso. Persino tutta questa distanza andrà persa. Ma sapremo per certo quel che abbiamo scelto di dire, quel che è più vero, quel che più ci appartiene, quello a cui più apparteniamo. Quel che abbiamo scelto di tirare fuori ed affidare al mare, alla distanza che sa mettere senza che diventi mai lontananza.

Maria Giovanna Luini

FLUIRE PER ESISTERE

Qualche volta mi chiedo quanto durerà, poi mi passa: il tempo non è il punto, non lo è mai. Abitare fuori dalla prigione illusoria del tempo è cogliere i simboli, accedere a livelli di equilibrio diversi e straordinari: abbiamo bisogno di questo, dobbiamo tirare fuori la realtà caotica che siamo. Il caos, il sistema instabile, ogni potenzialità possibile: solo così le radici di ognuno saranno capaci di trascinare più in là. Non si crea da un ordine che ci fa sentire protetti: si crea grazie a un disequilibrio che porta fuori dalla rassicurazione. Se dobbiamo salvarci, cambiamo.
Guardare le pareti che ci proteggono credendo che ritorneremo indietro, alla vita di prima, è fermarsi, resistere, obbligare il corpo e le emozioni a irrigidire l’unica speranza di salute che hanno: il libero fluire. Abbiamo oggi e avremo domani, abbiamo la fiamma interiore e le capacità acquisite finora: abbiamo, soprattutto, la forza di trasmutare. Lasciamo che succeda: non siamo prigionieri e non siamo in guerra, siamo solo spinti a evolvere più rapidamente di quanto avremmo previsto.

Marina Mander

GO BACK. WE FUCKED UP EVERYTHING.

Due mesi fa o poco più, ero seduta a bere il tè a casa di Jane Goodall, a Gombe. Gombe è un piccolo parco nazionale della Tanzania, un fazzoletto di foresta protetta sul lago Tanganika diventato celebre grazie a Jane Goodall e ai suoi studi sugli scimpanzé (pan troglodytes) iniziati negli anni ‘60. Grazie a lei, ora sappiamo molte cose sui nostri cugini lontani, alcune belle, altre meno.

La casa di Jane è nascosta sotto agli alberi di mango ma davanti c’è il lago, l’acqua è limpida, i pesciolini ti sfiorano con liquide carezze, tra i rami le scimmie giocano e bisticciano, amoreggiano e combattono, sono babbuini, o una scimmia blu, un raro colobo rosso, difficilmente scimpanzé, perché gli scimpanzé scendono di rado dalle colline alla spiaggia, però è possibile sentirne il richiamo, il richiamo della foresta, ecco cos’è. E’ il mio ennesimo viaggio in Africa e ogni volta è un suono – Il Suono – a portarmi all’origine della felicità.
La casa di Jane è un parallelepipedo di cemento e lamiera senza alcuna pretesa estetica, all’interno custodisce un disordinato santuario dell’evoluzione dell’umanità. Jane è partita ieri ma gli attendant mi offrono un tè del Kilimanjaro, e sono contenta e stanca, reduce dalla scalata di un paio di verdi colline d’Africa, in teoria più dolci di una montagna. Ho scarpinato per ore per incontrare le scimmie: inerpicarsi, arrampicarsi, anche strisciare tra le foglie, inciampare nelle liane, scivolare e rialzarsi ansimando con la certezza di lasciarci le bipedi penne per la fatica tutta cittadina di salire e scendere in un susseguirsi di alture mentre le scimmie, dispettose naturalmente, si spostano sempre un versante più in là. Mi si sono anche rotte le scarpe.

Due mesi fa o poco più, ho indossato per la prima volta nella vita una mascherina chirurgica perché, quando finalmente con un po’ di fortuna si riesce a raggiungere un gruppo di scimpanzé, è necessario indossarla, per non trasmettere ai nostri antenati malattie che potrebbero essere loro fatali. Nel 1966 a Gombe c’è stata, tra la popolazione di chimps, un’epidemia di poliomielite portata ai primati dagli abitanti dei villaggi vicini, Mc Gregor ha perso l’uso delle gambe e di un braccio, è morto davvero strisciando a terra tra il fogliame senza molta comprensione da parte dei suoi compagni e nel 1968 David Graybeard morì, come altri, di una strana polmonite. Jane ha scoperto che gli chimps si ammalano delle malattie degli uomini (homo sapiens), ha anche scoperto che gli chimps, come gli uomini sapienti, possono essere egoisti, capaci talvolta di violenza gratuita, per gioco e non per fame, come i cacciatori, per intenderci, ha scoperto che, come i comunisti, mangiano i bambini. E’ capitato che rapissero dei bambini del villaggio, un ragazzino è tornato senza un braccio. Al mondo scientifico, inorridito alla scoperta della violenza di cui sono capaci certe creature, Jane ha risposto qualcosa di simile: “noi per loro siamo primati come altri, solo senza peli, se mangiano un babbuino possono cibarsi anche di noi, alcuni primati umani, dopotutto mangiano cervello di scimmia, è una prelibatezza”.

Et voilà, il passo, o il salto, è breve. Nei wet market di Macao, Hong Kong e Cina, nel mercato nero degli animali venduti vivi o cucinati espresso, ye wey, gusto selvatico, le scimmie continuano a fare una brutta fine. E anche i pipistrelli e i pangolini, prigionieri della stessa gabbia senza avere nulla a che spartire. Come se io mi trovassi in cella con Donald Trump, per esempio. Poi anche i virus infinitesimali fanno il salto di specie, pur di saltare da qualche altra parte, come non comprenderli.
Ma non è una questione solo cinese, è africana, è italiana, è mondiale: sono gli allevamenti intensivi, le gabbie, le torture, i carcerati di ogni specie e luogo, l’istituzione totale di cui parlava Franco Basaglia, la disumanità di cui l’uomo sapiente è maestro, nonostante sia un ominide parente stretto di scimpanzé e bonobo (pan paniscus), ma i bonobo paiono meno aggressivi, con loro, attraverso briciole di DNA, condividiamo solo la facezia dei baci alla francese.

Poco più di due mesi fa, a casa di Jane Goodall, la tazza di tè scottava nelle mani e l’acido lattico indolenziva i polpacci, sul frigorifero c’era una bottiglia di whiskey JB, come le iniziali dell’amato primate John Bull e poi su un mobile in salotto una teoria di teschi di scimmia, i cimeli di una vita dedicata a studiare the shadow of man e su una mensola in camera da letto alcuni libri: tutte le opere di Shakespeare, Lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela e anche Kipling, of course.
Il libro della giungla, lettura d’infanzia, ha contribuito a fare di Jane, chissà, una delle più importanti conservazioniste al mondo e di me, che ho iniziato con quel libro a sognare di arrivare un giorno nel regno delle scimmie, una che ha sbagliato tutto (per mancanza di coraggio, ha scelto la scrittura e non la natura: Me, tourist, You, Jane).
E su una parete un poster: Go back. We fucked up everything.

Ho fotografato il poster appeso a una parete del corridoio della casa di Jane, senza poter immaginare quanto potesse essere profetico. Ora che il mondo intero è costretto a imparare cosa sia un salto di specie, e a chiedersi: perché? Come è potuto accadere? Ora che io stessa mi domando perché non ho perseguito lo struggimento dello studio degli animali al posto del tormento della psiche degli uomini sapienti.

E allora, da due mesi, sogno anch’io un salto di specie: un fosbury, però. All’indietro tra un milioneottocentomila e novecentomila anni fa, a quando risale la separazione tra le linee evolutive tra pan troglodytes (scimpanzè) e pan paniscus (bonobo), un salto tra i rami della foresta, tra le braccia di una scimmia peace and love. Ché ho bisogno di abbracci, anche se le scarpe ormai si sono rotte.

(Oppure sogno l’unico salto di specie possibile, poiché indietro non si può tornare, quello che porti alla consapevolezza del nostro essere animali tra gli animali, bestie dotate di una possibilità: la nostra scienza. Non la coscienza, proprio la scienza. Vorrei che si ripartisse dalla parola degli scienziati, adesso. Che fosse amplificata la voce di chi dice, dai laboratori di ricerca, dalle università, dagli studi sul campo, che la natura fa il suo corso, e che noi dipendiamo da lei e non viceversa. Vorrei che anche i letterati la ascoltassero e la traducessero in musica per libri.)

Anna Martellato

IL CORPO – oggi è il primo giorno di primavera

La percezione del cambiamento ha avuto un suo momento. Era notte e mi sono svegliata all’improvviso, il battito accelerato. Nella stanza ancora buio. Non l’ho sentita come un’esplosione di consapevolezza, piuttosto come un’implosione. Una metamorfosi.
Il mondo attorno a me stava implodendo, la quotidianità finora vissuta stava precipitando: le nostre abitudini più banali non sarebbero più state abitudini. La normalità stava assumendo una forma diversa. Il virus ci ha tolto il contatto, l’abbraccio, la stretta di mano.
“Cos’hai?”, mi chiede Stefano, svegliato dalla mia inquietudine. La sua voce ha la morbidezza della notte interrotta, ed è qualcosa di dolce.
“Ho paura del Coronavirus. E se ce l’ho?”
“Ma va’… Dai, dormi”, taglia corto lui.
C’è chi evoca “i tempi di guerra”. Un paragone limitato.
Quando fischiavano le bombe a qualcuno ti ci potevi aggrappare, c’era il calore del corpo che dava sostegno e conforto. Questo invece è un nemico invisibile. Mi rigiro nel letto e mi raggomitolo su me stessa. Mi tengo stretta al mio corpo, finché è ancora mio. È paradossale come in pochissimo tempo possano cambiare le cose. Inaspettatamente ci rendiamo conto di quanto ci manca la vicinanza del corpo.
Il corpo degli altri: quello sconosciuto che sfioriamo per caso, oppure quello amico che salutiamo, abbracciamo e baciamo sulle guance sorridendo. Quello elettrizzato che ci si accalca ai concerti, o quello straniero in una via del centro storico, troppo stretta e troppo affollata di turisti. Credo andrò a un concerto quando tutto finirà, non importa quale, uno qualsiasi, ho voglia di respirare il corpo degli altri, sentirmi umana, viva, non pericolosa, non in pericolo. Il corpo: è lì che tutto inizia, ed è lì che e tutto si conclude. Motore di ogni cosa. Potente e fragile insieme. Il mio corpo sta reagendo in maniera del tutto imprevista alla quarantena. Sta accadendo qualcosa. Non capisco cos’è, ma ne percepisco la novità. Più il mondo implode, più il mio corpo sembra imporsi, diventando priorità. Passavo le giornate a incastrare gli appuntamenti tra un cliente e l’altro, lasciando per ultimo quello che conta: la mia famiglia, i miei affetti, la mia casa, le mie passioni. E comunque il tempo era sempre insufficiente. Il blocco forzato per contenere il contagio del COVID-19 ha ribaltato l’equazione. Lavoro instancabilmente. Pulisco, riordino, do un senso. Mescolo, impasto, inforno. Ho tempo per la mia famiglia e chiedere a un amico come stai? non è più solo una forma di cortesia. Mi piace lavorare all’aria aperta, in giardino: volevo farlo da sempre, ma non ne ho mai avuto il tempo. Costa una certa fatica fisica. Ho sistemato il selciato, sradicato con certosina costanza ogni erbaccia, ripulito le aiuole, rinvasato le piante, piantato delle piantine nel piccolo orto dietro casa, che prima ho vangato e ripulito, sgranando con ostinazione le zolle più resistenti con le mani. Il pallore che camuffavo con il trucco è scomparso, al suo posto un colore roseo, turgido. La fatica ha risvegliato il mio corpo. Ho più fame. Me ne accorgo dai brontolii disperati del mio stomaco fuori orario: era da più di vent’anni che non li sentivo così insistenti. Mi alleno, studio il movimento che crea ed esprime. Percepisco l’evoluzione del mio corpo. Si sta riappropriando di uno spazio tutto suo, a lungo negato.

Alla fine del giorno arriva il silenzio. Sono le 21 e tutto dovrebbe ancora essere rumore, invece c’è silenzio. Non quiete o tranquillità: silenzio. “Ti ricordi l’estate scorsa, quando ci siamo alzati alle 4 del mattino per andare all’aeroporto? C’era questo silenzio qui”, nota Stefano. Ha ragione. Il mondo dovrebbe essere ancora brulicante di vita, a quest’ora. È surreale. Una luna appannata trafigge i rami del mandorlo. È fiorito in anticipo almeno di venti giorni, quest’anno. Ci sono già piccole foglie verdi che screziano i rami, mentre i petali dei fiori sono quasi tutti caduti sul prato, sembrano chicchi di riso fuori dalle chiese. Penso al tempo concesso, che questa situazione assurda mi permette di vivere. Noi che non avevamo mai tempo, distratti e bulimici di frenesia, noi avidi e mai sazi di benessere che trascorrevamo le nostre giornate intoccabili, vagando senza méta e comprando per noia, noi che alla fermata dell’autobus stavamo gli uni accanto agli altri isolati virtualmente, persi nei cellulari, senza mai incontrarci negli occhi, noi che ci toccavamo senza mai farlo veramente ora siamo obbligati a fermarci e a respirare e a prendere coscienza di noi e del nostro spazio. Del nostro io, del nostro corpo.

Dobbiamo convivere con questa ambiguità: a modo suo, il virus sta rimettendo a posto alcune cose. Non siamo più un noi distratto e senz’anima. Siamo io e io, spinti a guardarci dentro, a scavare, a interrogarci, a conoscerci. E a riscoprirci. Non ci sono più alibi.

Mi fermo e respiro. L’aria è più pulita. Le stelle in cielo sembrano più brillanti. Il rumore della frenesia che copre ogni cosa e scandisce ogni momento non c’è più.
È una riconnessione, una nuova prospettiva, un cambio di ritmo. Qualcuno dice che il virus sparirà con l’estate. Oggi è il primo giorno di primavera.

Christian Mascheroni

Non riesco a leggere. Le parole mi sfuggono. Le pagine parlano tutte insieme, fanno chiasso, o al contrario, rimangono in silenzio, non hanno risposte.
Da bambino ricordo che ai libri chiedevo il perché di tutto. Dio esiste? Perché c’è la fame nel mondo? Perché sono nato qui e altri a Chernobyl? Ricordo che facevo queste domande ad Alice, perché una che passa attraverso gli specchi vede quello che c’è al di là del nostro riflesso. Le facevo ad Atreiu e a Bastian, che avevano sconfitto il Nulla e che avevano salvato il mondo della fantasia, un mondo fragile, che si frantuma ogni volta che la realtà si porta via la speranza. Chiedevo aiuto ai marziani di Ray Bradbury, agli esploratori di Jules Verne, ai combattenti di Emilio Salgari, persino agli investigatori di Agatha Christie.
Nessuno aveva le risposte. Ma tutti avevano gli strumenti per farmi capire che dovevo avere pazienza e rimanere dentro le emozioni, dentro l’attesa. Anche dentro il dolore.
Perché in questo periodo in cui tutti siamo sospesi, in questo momento storico in cui non tocchiamo la terra con i piedi, ma nemmeno abbiamo la forza di toccare il cielo con un dito, pretendiamo umanamente le risposte senza soffermarci su quello che tutti insieme stiamo provando.
Fa paura restare in silenzio con le proprie ansie e i propri dubbi. Per questo cantiamo ai balconi, che è bellissimo, ma poi, quando i cori si spengono, non siamo capaci di gestire il silenzio.
Ma per questo ora, più che mai, i libri sono la voce che si prende cura del nostro silenzio. Non pretendono di darci una soluzione e nemmeno di dirci quando tutto questo finirà. Ci sono, come quelle spalle robuste e forti dei padri che sostengono la fragilità innocente dei figli. I libri sono gesti che si prendono cura di noi, delle nostre insicurezze. Ci portano via in luoghi lontani perché hanno sempre un biglietto di andata e ritorno nelle loro tasche. Ci confortano perché per ognuno di noi riservano una storia che ci rappresenta. Ci aspettano con quella pazienza che noi in questi giorni perdiamo. Anche se facciamo fatica a leggerli in questo periodo perché il dolore delle perdite e l’ansia del futuro sono troppo forti, loro sono lì e ci ascoltano in silenzio, senza giudicarci, senza pretendere di avere ragione o torto.
Perché alla fine tutti insieme siamo chiamati oggi a scrivere ognuno la sua pagina di vita e questo sarà il libro scritto da miliardi di persone, un unico, grande libro che scriveremo noi tutti, con il nostro stile di vita, la nostra firma emotiva, il nostro finale a piacimento, che non sarà un finale, ma un incipit per nuove storie.
Le pagine che scriveremo insieme saranno il mondo che non vedremo l’ora di leggere tutto d’uno fiato.

Alessandra Monasta

DIARIO DI BORDO: capitolo 1
UNA QUOTIDIANITA’ DISINTEGRATA IN UN ATTIMO

E’ un giovedì pomeriggio di febbraio. Cinque mesi fa ho compiuto 50 anni. Una data difficile da digerire per una donna. Nei mesi precedenti ho sentito la pesantezza di questo numero come se dovessi caricarmi sulle spalle cinquanta chili, uno per ogni anno della mia vita. Una sera, parlando con un amico a cui avevo confidato tutti i miei pensieri aggrovigliati tra paure e obiettivi non raggiunti, ho trovato nelle sue parole una risposta a tante domande forse anche inespresse. “Corri Ale, corri e fai tutto quello che hai voglia di fare”. E così ho corso tutta l’estate, nel vero senso della parola, prendermi cura di me per avere la sensazione di aver fermato il tempo. La mia corsa è proseguita anche nell’attività professionale, ho lavorato tutti i giorni, weekend inclusi, senza ritagliare per me neanche un attimo.
Oggi che è un giorno di lavoro come gli altri, io e la mia amica lo abbiamo trasformato in un giorno di vacanza. Accidenti com’è difficile abbandonare i sensi di colpa! Sembra di disobbedire e trasgredire a chissà quali regole. La vita in effetti è piena di regole, ma ho sempre pensato che anche la trasgressione sia necessaria. Rompere la routine, fuggire qualche ora dai propri obblighi mi fa tornare indietro con la mente a quando ero adolescente.
Ed è proprio in quell’hotel che mi rendo conto che la mia quotidianità, come quella di tutti gli altri si stava per disintegrare. Lanciati i vestiti sul letto il pomeriggio è stato un alternarsi fra piscina e sala relax a bere tisane. Schiaccio il telecomando per sentire in sottofondo le notizie del telegiornale della sera: “37enne è stato ricoverato in rianimazione con una grave insufficienza respiratoria. Forse è contagiata la moglie incinta. Non si spiega la grave forma di polmonite in un uomo giovane, dinamico, sportivo.”
Immediatamente mi appaiono le immagini di tutte quelle persone in Cina, nei primi giorni di gennaio, che cadevano a terra una dietro l’altra. “E’ arrivato”. Il volto della mia amica si contrae come se qualcosa la tirasse all’improvviso all’indietro e lei volesse opporre resistenza. Il linguaggio non verbale di un’emozione così forte è molto chiaro. Vedo i suoi occhi sgranati, le sopracciglia e le palpebre in tensione mentre la sua bocca resta aperta senza pronunciare alcun suono.
Resto in apnea e poi sento il cuore molto più accelerato di prima. “E’ arrivato. E ci dobbiamo preparare”. Non so perché le brutte notizie arrivino sempre la sera, quando il buio amplifica l’incertezza. Il lavoro di consulente fonico forense mi ha allenato ad ascoltare… a comprendere al di là delle parole. Dopo anni di ascolto di intercettazioni telefoniche e ambientali, di lunghe indagini e processi complessi e interminabili, conosco bene il linguaggio delle notizie. So che ciò che emerge è solo la punta di un iceberg. Quanto sarà grande ciò che si nasconde sotto?
E’ giovedì 20 febbraio del 2020. La storia dell’Italia sta per cambiare per sempre.

DIARIO DI BORDO: capitolo 2
LA GIUSTA DISTANZA… UN METRO DI DISTANZA

E’ un momento storico importante. Fra qualche anno lo studieranno i bambini sui libri di Scuola. Non possiamo pensare che siano settimane o mesi e che poi ritorni tutto magicamente come prima. Qualcosa è cambiato e la situazione richiede a ognuno di noi un ricalcolo mentale, un nuovo modo di pensare e di agire.
In questa Emergenza Coronavirus, l’OMS ha indicato almeno un metro di distanza l’uno dall’altro per evitare il contagio. Siamo animali sociali, oltre ai legami personali anche il nostro lavoro vive di relazioni e interazioni con le altre persone.
E ALLORA QUAL È LA GIUSTA DISTANZA?
Sono andata a cercare un’antica ricetta, ottocentesca, che contiene ingredienti ancora attuali e utili per il momento che stiamo vivendo. Oggi più che mai può essere un punto di vista su cui soffermarsi. La filosofia di Arthur Schopehnauer con quello che è stato definito il dilemma del porcospino parla agli esseri umani anche nel 2020…
“Un gruppo di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini vicini, per proteggersi con il calore reciproco dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò ancora a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”.
La giusta distanza è lo spazio che ci permette di stare in equilibrio. E’ una distanza di sicurezza per non pungersi. Un metro di distanza fra le persone…
Schopenhauer scrive che le persone cercano un compromesso, sacrificandosi per soddisfare il bisogno sociale e di calore.
L’OMS ci fornisce oggi la stessa indicazione, viversi, lavorare insieme, scaldarsi senza contagiarsi.
Possiamo vivere questa giusta distanza come un prendersi cura l’uno dell’altro. Per la prima volta sul pianeta viviamo tutti gli stessi stati d’animo, senza differenza di cultura, età, estrazione sociale. Fisicamente lontani ma emotivamente ed empaticamente nei panni l’uno dell’altro.
La giusta distanza fisica e anche una moderata distanza dalle emozioni negative contagiose, ci può far attraversare questo momento difficile mantenendo un equilibrio interiore.

Silvio Muccino

La prova non è solo aspettare che passi la tempesta.

Sono le prime ore del giorno quelle più difficili. Quelle in cui la razionalità non ha ancora messo in atto le sue difese protettive, quelle in cui i sogni, con i loro terrori o speranze, sono ancora intimi corpi stesi accanto al tuo, quelle in cui l’emotività non ha freni inibitori e la mente non è stata ancora addomesticata dal mantra del “non pensare”, del non guardare, del non sentire.
Non so neanche se chiamarla: “paura” questa presenza che mi da il buongiorno da settimane tutte le mattine.
Eppure io di paure me ne intendo.
Sono sempre stato bravo a domarle, gestirle, sfuggirle. Ma lei è diversa. E il mio cervello fa fatica a riconoscerla. Esattamente come questo virus lei non si fa guardare negli occhi.
La paura è un motore che ti spinge a ripiegarti su te stesso. lei no.
La paura è un corpo di dolore che cancella il mondo dal tuo sguardo. lei no.
La paura è il trionfo dell’egoismo. Lei, forse no. Eppure la mattina lascia lo stesso sapore in bocca di un incubo dal quale vorresti svegliarti ma non puoi.

“Allora cosa sei?”
Cerco di studiarla, di comprenderla, di trovare un vaccino che mi faccia sentire al sicuro. Ma lei sfugge a tutte le regole imparate in anni di analisi. Lei non è come un leone che ruggisce, lei non è l’uomo nero nascosto dentro l’armadio, lei non ha la forma della paranoia né quella dell’ansia strisciante.
Lei è molto più regale. Ha l’aspetto terrificante di un serafino nelle raffigurazioni dei mistici medievali, con una forma che sembra contraddire il contenuto. A vederli sembrano mostri dallo spaventoso aspetto di un’animale multiforme: testa bifronte, zampe da uccello, corpo da uomo. Eppure qualcuno li chiamava “angeli”.

“Allora chi sei?”
le chiedo mentre scivolo a fatica fuori dal mio letto. Ma questa paura non risponde, e mi guarda pronta ad attaccare, come un serpente che se reagisci di scatto ti salta al collo per morderti. E il suo veleno è stranamente contagioso. Si diffonde nelle persone che hai accanto, oscurando anche i loro pensieri, paralizzando anche la loro voglia di vita, lasciando un indelebile segno di sconfitta in tutti.

“Allora di cosa è fatta la tua natura?” le domando.
Ma lei mi ha già risposto: questa paura ha un carattere stranamente altruista. Ti obbliga a proteggere non solo te stesso ma anche chi ti è vicino. Ti costringe a lasciare il tuo mondo perché non puoi permettere che il panico dilaghi. Ti forza ad alzare la testa dal tuo ombelico perché il nemico vince a mani basse se ti rinchiudi nella torre.

“E allora proviamo a guardarli, gli altri” penso, arreso, mentre violento la mia natura e spalanco le pesanti persiane della camera, mentre incrocio il sorriso della mia donna che si prepara il tè in cucina come se fosse un giorno come un altro, mentre scelgo se rispondere o meno alla prima telefonata che esplode dal mio cellulare.

E allora guardo dalla finestra e improvvisamente vedo un mondo molto più vasto dell’orizzonte che imprigiona i miei occhi. Mi guardo allo specchio e vedo che non basta più il muro di cinta del proprio giardino per sentirsi al sicuro.
Perché davanti a questo nemico invisibile non esistono più dogane, dentro o fuori, lontano o vicino. E per un istante, mi sorprendo a sperare di non perderla mai più questa sensazione.
Davanti a questa paura non ci sono più solo io. Ma siamo un corpo solo che piange e si consola, che urla e si fa forza, che sospira e che canta dal balcone. Siamo medici e corpi senza ossigeno.
Dicono che la paura divida, isoli, rinchiuda. Ma lei no. 
Lei rinchiude, ma al contempo unisce.
Isola, ma al contempo ci porta fuori dal nostro piccolo ego.
Divide, ma solo fisicamente.

E allora penso: forse, la prova è tenersela stretta questa paura.
Non scacciarla, non voltarle lo sguardo, non respingerla. Ma al contrario custodirla. Come il più prezioso degli amici. Non dimenticarla quando se ne sarà andata. Non rinnegarla quando verrà soppiantata da paure più piccole e meschine, più quotidiane ed egoiste. Da carcerieri che ci vorrebbero riportare in cella.
Perché lei ha davvero il potere di operare un cambiamento.
E penso che è buffo. Volevo parlare della paura del coronavirus. E invece mi ritrovo qui, a scrivere di un sentimento che assomiglia più all’amore che non al panico.

Enzo Maria Napolillo

Se vedi una coppia che cammina mano nella mano,
non chiamare la polizia.

Non smettere di pensare 
che è amore.

Se vedi un bambino che gioca in un cortile,
non chiamare la polizia.

Non perdere la ragione.

Valentina Orengo

Qualche tempo fa, prima che quel “coso” comparisse, piccolo e mostruoso, dall’altra parte del mondo, prima che arrivasse qui a dispensare dolore e paura, mi era capitato di imbattermi in una mappa dei cieli su cui le rotte degli aerei formavano una ragnatela fitta di linee rosse sottili. Avevo provato a immaginare il numero delle persone che su quegli aerei si spostavano con disinvoltura da una parte all’altra del pianeta e mi aveva fatto impressione. Anche se muoversi, incontrarsi, lavorare, divertirsi, era la nostra vita e, prima che quel “coso” arrivasse a sconquassare tutto, la vita la divoravamo velocemente, con ingordigia, senza respirare mai.
Poi è arrivato il “coso” e tutto si è fermato. Oggi quella mappa sarebbe completamente diversa. Ed è diversa anche la vita di ogni singola persona: siamo chiusi nelle nostre case quindi costretti a fare i conti con quello che c’è dentro. Guardiamo da dentro le immagini angoscianti dei servizi in televisione, aspettiamo il report della protezione civile alle 18 in punto con la conta dei malati e dei morti. Ascoltiamo dalle finestre e dai balconi le città respirare in silenzio e disperatamente cerchiamo di fare in modo che tutto quel dolore non si impadronisca di noi, dilatandosi a dismisura in quel tempo vuoto in cui ci muoviamo spaesati: cerchiamo gli altri su Houseparty, organizziamo cene su Zoom, lezioni di cucina, di yoga, uncinetto, concerti improvvisati. Proviamo a portare dentro quello che abbiamo lasciato là fuori e che ora è sospeso, interrotto, non ci chiama più, se non per una breve e desolante passeggiata fino alla coda del supermercato.
Imprigionati tra il salotto, la cucina e la camera da letto ci aggiriamo alla ricerca di quello che abbiamo perso. In quel mare di tempo fermo guardiamo con nostalgia alla nostra luminosa vita di prima, al suo ritmo concitato in cui si consumava quotidianamente la nostra ricerca della felicità e, ora che non possiamo uscire, qui nell’ombra delle nostre case, siamo costretti a guardare cosa davvero ci rimane stretto nel pugno, cosa davvero abbiamo al netto di tante cose che pensavamo di avere ma che sono scivolate via sotto i nostri occhi come la sabbia sottile da un setaccio.

In “Istruzioni per rendersi infelici” di Watzlawitck c’è una piccola storia: “Sotto un lampione c’è un ubriaco che cerca qualcosa. Un poliziotto si avvicina e gli chiede cosa ha perduto: – La mia chiave – risponde l’uomo e si mettono a cercare tutti e due. Dopo aver guardato a lungo, il poliziotto gli chiede se è proprio sicuro di averla persa proprio lì. L’altro risponde: – No, non qui, là dietro, solo che là è troppo buio”.

Chissà, forse, qui dentro, è nascosto qualcosa di prezioso che, anche se è buio, vale la pena cercare.

Massimiliano Palmese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbiccì

Ora è sopravvenuta anche l’insonnia,
male che non avevo mai sofferto,
sogno la cocaina, l’alcol, sbornia
di vita, se vissuta giù all’aperto,
e sogno il mare e il lungomare e onde
che vengano da me a leccarmi i piedi,
sogno di fare sesso tra le fronde
ma è come un sogno che sognai all’impiedi.
Intanto il corpo siedi qui al pc:
testa che non ha più parole tue,
lingua muta di frase e di abbiccì,
e mani mosce, abrase di Amuchina,
che l’io non riconosce come sue,
e ha faccia senza faccia, e mascherina.

(Aprile 2020)

Carmen Pellegrino

ANDANDO PER NEBBIE

Ti parlo da qui, vecchio amico. Ti so solo, come me, chiuso in un pensiero senza solstizi. Lontano anche da te, come lo sono io. Questi giorni non ci migliorano, va detto, non si perfeziona il dialogo con tutte ‘ste anime che ci abitano. Così, ti parlo da questa soglia già logorata. Da qui leggermente, da questo colle che ci mostra tutta la valle, ma ce la prospetta ancora irraggiungibile. Passerà, dicono. Ciò che ora frana poi si assesterà.
Intanto, se puoi, manda una scintilla a sparpagliare la notte.

Ti parlo da qui, vecchia amica. T’immagino chiusa in una casa in cui troppo è accaduto per poterlo raccontare. Dal fosso in cui lo hai messo, di tanto in tanto riporti in verticale il tuo corpo, tra i fiori secchi di cui l’adorni ce n’è di semi pronti a germogliare, se solo volessi, se solo ti vedessi, sei tanto bella ma non vuoi più saperlo. Così, fai sera e fai mattina sempre allo stesso modo. Chi se ne è andato non tornerà, hanno detto alla radio. Di ripetere preghiere non sei mai stata capace.

Dicono che dovremo imparare parole nuove, nuove posture. Come nuove sono le geometrie di paesaggio che stiamo vedendo. Sembra un gioco, non lo è. Prendi me: conoscevo soltanto accrocchi di paesi disabitati. Le case e le piazze vuote, le campane delle chiese per sempre ferme. Conoscevo i luoghi in cui non c’è più l’ora di punta, il casino dei clacson. I passi che non lasciano orme, i mormorii degli assenti, e poi conoscevo i venti, ci si mettevano quelli ad alzare la polvere. Ti dico una cosa. Ho visto rose lasciate in segreto sopra un altare devastato: o dio degli abbandoni, qualcuno ti ha confessato sub rosa il suo tormento.
Non conoscevo città abitate e, insieme, desolate, devo ammetterlo. Città mai abbandonate eppure deserte e non è ferragosto, case stipate fino all’inverosimile, donne e uomini rinserrati a consumare limiti già consunti. Si mangiucchia. Passatempi vari. Viene la rondine di primavera. Chiamarla per farsela amica, chiamarsi da una casa all’altra indicandola ai disillusi. Poi ancora dentro, nascosti. Dove siamo finiti tutti? Chi o cosa ci ha rigirati così? Che idea far arrivare la primavera in questa temperie, sole che nemmeno d’estate, sole che viene a conoscere le case.
Altro dovremo imparare, han detto alla televisione.
Allora impareremo che niente è scontato: trovare il pane, la panetteria aperta, che ci sia sempre il grano…
Impareremo che i nostri scarti gettati per strada sono un boomerang che ci colpirà presto.
Impareremo che nulla ci appartiene, non ci appartiene la terra che calpestiamo, l’aria che respiriamo.
E che l’odio fa il suo giro ripresentandosi a noi in forme dolorose.
Impareremo che i figli degli altri hanno diritto di stare al mondo come i nostri. E che se un bambino muore su una sponda o respinto a una frontiera la questione ci riguarda. O ci riguarderà.
Impareremo che non siamo signori e padroni delle altre specie. E che l’uomo fallisce, come tutte le specie.
Impareremo che le competenze sono necessarie. E che l’improvvisazione genera confusione e allarme.
Impareremo a non lamentarci di ciò che non viene fatto, ma a fare ciascuno la propria parte. La chiameremo etica della responsabilità biologica, o dei fenomeni vitali.
Impareremo che si muore. Questa è la novità. Si muore tutti e senza distinzioni. E che la vecchiaia è una meta desiderabile, non un sacco di terra e muschio da non voler vedere.
Impareremo che stare nei propri confini non è così allettante come qualcuno ha detto. Che senza gli altri la vita si ferma.
Impareremo?

Cinzia Pennati

Quando il dolore passerà, quando le perdite finiranno e il mostro sarà sconfitto, noi avremo ancora le parole. A volte si assopiscono e vengono dimenticate ma non muoiono mai del tutto.
Un vecchietto su una panchina qualunque, di una città qualunque, inizierà a raccontare una storia, magari sarà rimasto solo, ma le sue parole, se le sapremo ascoltare, sapranno farsi memoria, resistenza, elaborazione, lutto, ricostruzione.
Uno scrittore qualunque, in qualunque posto del mondo, aprirà il suo computer, schiaccerà dei tasti e inizierà a scrivere. Si farà invenzione o traccia, forse eredità preziosa. Le sue parole rimarranno segrete oppure condivise e lette, attraverseranno Paesi e corpi. Nutriranno le anime di chi li accoglie oppure scivoleranno via come acqua di torrente. Poco importa se si faranno cenere o ricchezza inestimabile, quelle parole sono state e resteranno una possibilità.
Una madre qualunque, in qualunque parte del mondo, abbraccerà suo figlio e le sussurrerà parole che prima di allora non gli aveva mai detto. Un uomo qualunque e una donna qualunque cammineranno mano nella mano in una città qualunque, parlando d’amore.
Possono toglierci tutto, spaventarci, immobilizzarci ma basta una parola detta, ascoltata, letta, sussurrata, parlata, per ricominciare ancora. Ci serve un lemma, uno solo, per ricordarci chi siamo. Libertà, gridano gli uomini alla fine di ogni guerra e noi una guerra la stiamo attraversando. E saranno le nostre parole a renderci liberi, quelle che stiamo proteggendo e silenziando, quelle che racconteremo ai nostri figli e che abbiamo chiuso nelle nostre case.
Sia chiaro, nonostante il silenzio, nonostante l’isolamento, loro non si faranno ingabbiare. Anche ora, anche adesso, mentre le mie mani si muovono sicure e riempiono il foglio di carta, ce ne sarà una che scapperà al mio controllo, si infilerà negli spifferi delle mie vecchie finestre di legno, supererà gli alberi e i pappagalli che li abitano, accarezzerà la prime gemme, attraverserà il cielo, volteggerà sopra al mare, accompagnerà gli uomini e le donne che abbiamo perso nel loro ultimo viaggio, se ne farà un baffo dei muri e dei confini fino a quando non troverà un luogo su cui posarsi, forse saranno altre mani, altri occhi, altri cuori dietro a una mascherina blu.
Noi siamo le nostre parole, è bene ricordarlo ora che stiamo attraversando questa guerra, perché dopo, quando nulla sarà più come prima, saranno loro a portarci in salvo.
Le parole sono la nostra comune umana certezza.

Marta Perego

CAMBIAMENTO DI STATO

“E quel che resta infatti da riferire prima di giungere al culmine della peste, mentre il flagello radunava le forze per scagliarle sulla città e impadronirsene una volta per tutte, sono i lunghi sforzi disperati e monotoni che alcuni individui, come Rambert, facevano ancora per ritrovare la felicità e sottrarre alla peste quella parte di se stessi che strenuamente difendevano. Era il loro modo di rifiutare l’asservimento che li minacciava e benchè all’apparenza quel rifiuto non fosse efficace” La peste- Albert Camus-
Al quindicesimo giorno è chiaro il cambiamento di stato.
Come quando studiavamo chimica al liceo. Stato solido-gassoso- liquido.
Fino a qualche giorno fa eravamo nello stato dell’attesa, una sospensione che però eravamo certi che ci avrebbe ributtato le nostre vite esattamente nello stato in cui eravamo prima.
Come quando schiacci “pausa” sul telecomando. Prepari una tisana, fai pipì e poi la serie tv riparte esattamente dal punto in cui l’avevamo lasciata.
Ci siamo lanciati in attività casalinghe con voracità ed entusiasmo. Abbiamo fatto torte (tutti tranne me..), steso la pasta della pizza (tutti tranne me), fatto sport (quello l’ho fatto anche io), abbiamo cercato di difendere, come i personaggi de La peste, quella parte di noi stessi che non volevamo in nessun modo lasciar andar via.
Intanto però le emozioni ci attraversavano: preoccupazione, ansia, paura.
Abbiamo visto le immagini scioccanti delle camionette militari che portavano fuori le salme da Bergamo. Abbiamo ascoltato le opinioni di cento virologi, duecento medici, opinionisti, giornalisti.
Ma i confini del problema ci sono sembrati sempre troppo confusi per essere compresi fino in fondo.
Siamo rimasti schiacciati dai numeri: contagiati, morti. Nessuno da peso ai guariti.
Abbiamo iniziato ad essere toccati da episodi vicini: l’amico dello zio, il vicino di casa, il padre di un mio amico del liceo.
“Aveva 65 anni. Stava bene. Faceva sport”
Mi dice mia madre al telefono. Lei di anni ne ha 62, come mio padre.
L’ansia assume uno stato solido quando il problema diventa qualcosa di estremamente vicino. Non è più un’idea, una notizia al telegiornale, ma un fatto.
Anche per mia madre, che ha sempre trovato nelle soluzioni pratiche il rimedio per l’angoscia.
Fare, mai lasciarsi andare. Igienizzare casa tutti i giorni, imparare a farsi le mascherine nel forno seguendo un tutorial su youtube. Chiudere mio padre nel suo studio “per fortuna deve lavorare”.
“Non è possibile dissolvere i timori sulle cose che per noi sono più importanti ignorando cosa sia la natura dell’universo e vivendo in sospettoso timore per i miti”
Scriveva Epicuro per cui le paure derivano dall’ignoranza.
La non conoscenza porta alla paura.
Noi siamo spaventati perché non capiamo fino in fondo cosa sta succedendo.
Sentiamo le notizie, leggiamo i titoli dei quotidiani. È un’emergenza sanitaria, sì. Ma  rimangono punti oscuri, confini labili, zone di non senso. E se chi si occupa di malattie e virologia non sa darci risposte, figurati cosa ne sappiamo noi, rinchiusi nelle nostre case.
22 Marzo 2020. Ho dovuto controllare sul cellulare, non ricordavo più la data di oggi.
È il giorno in cui in  Italia è stato chiuso tutto, anche le attività produttive, tutti gli uffici e gli studi professionali. Non ci possiamo più muovere se non per “motivi di comprovata necessità”.
Siamo immobili, ignoriamo il futuro e siamo travolti da un presente inaspettato.
Tutto è cambiato in un mese.
“Sono rimasta sopraffatta”
Dico alla mia psicanalista che mi incalza sui motivi delle mie paure
“Con me deve essere sincera, non è la versione di Marta che ce la fa, ma è Marta che prende consapevolezza delle sue paure”
Mi è venuta quella parola: sopraffatta. Dagli eventi, dalle emozioni, dalla situazione globale, dalla solitudine.
La sera che ho visto le immagini di Bergamo ho pianto.
Ho pianto per la città, per quegli esseri umani e le loro famiglie, per quello che ci sta succedendo e travolgendo. Ho pianto per me perché in quel momento non avrei voluto delle chiamate via skype, ma un abbraccio reale.
Qualcuno che stringendomi mi dicesse “Io ci sono, non sei sola”. Un silenzio condiviso.
“Sa a cosa dovrebbe pensare… ad Anna Frank e Nelson Mandela. Noi in questo momento siamo loro, con la differenza che non siamo in una cella, nel caso di Mandela, e non ci sono le SS pronte a spedirci in un campo di concentramento. Ma in questo momento siamo loro e non siamo sospesi, stiamo vivendo questo momento. Questo è il nostro presente”
E mi rendo conto che stavo sbagliando tutto. Quello che stiamo vivendo non è un momento di attesa, una sospensione.
Ma è la nostra vita.
La mia vita, il mio momento presente.
Chi sono io adesso?
Sono una donna di 35 anni che ha voglia di leggere libri di filosofia e psicoterapia. Che non vuole più immergersi nelle storie degli altri, forse perché si sente di vivere in un tale romanzo distopico che ha bisogno di una forma di realtà. Di punti di riferimento, spunti di riflessione.
Epicuro sviluppa la sua filosofia in un momento di crisi. È il IV secolo avanti Cristo. Lo splendore della Grecia classica è crollato, Filippo il Macedone ha conquistato la Grecia ed Alessandro Magno eredita e allarga il suo Impero.
La gente ha paura. Per la filosofia non è più il tempo delle dissertazioni ontologiche, ma di offrire aiuto e riparo alle persone.
“Vana è la parola di un filosofo, se non allevia qualche sofferenza umana”
Epicuro arriva da Samo e ad Atene e fonda la sua scuola in un Giardino, il luogo dove incontrarsi con gli amici, filosofare e, ripete spesso, ridere. Una scuola che si basa sulla conoscenza della natura, per sconfiggere le paure, e sulla ricerca della felicità.
La sua è una filosofia per tutti, perché tutti possono accedere alla filosofia, non come sosteneva Platone, una conoscenza esclusiva dei migliori, gli aristoi, gli aristocratici.
“se siamo felici abbiamo tutto ciò che ci occorre” diceva, e la felicità è per tutti.
E dove sta la felicità?
La felicità è nel piacere, ma non come abbiamo inteso poi, sbagliando, l’edonismo fine a stesso, gli eccessi, il culto del bello.
Il piacere per Epicuro è qualcosa che è molto più simile a quello che chiameremmo “essenziale”.
Ognuno di noi deve fare i conti con le cose che gli fanno bene e quelle che gli fanno male e ricercare le prime. Lui suggerisce, ma non obbliga – non è una religione, non ha dogmi, ognuno può prendere le misure sulle cose in relazione a se stesso-, ad una vita quanto più frugale possibile, perché di meno cose hai bisogno, più puoi raggiungere la felicità e allontanarti dalle inquietudini.
Il piacere è il bene completo e perfetto, ma non si tratta del piacere dei dissoluti; il piacere è invece “non avere dolore nel corpo né turbamento nell’animo”. La vita felice è il risultato di un “sobrio calcolo”. E’ per questo che, in chiusura della lettera- a Meneceo- Epicuro fa un elogio della prudenza, considerato il fondamento di tutte le virtù (laddove per virtù è da intendersi l’insieme dei comportamenti abituali capaci di darci stabilmente la felicità). La prudenza è infatti l’abitudine a contenere i desideri, e a valutare con cura le conseguenze delle nostre scelte, prevedendo un ampio margine di sicurezza, per evitare che da un bene abbia a derivare un male. In una sentenza Epicuro afferma: “Per ognuno dei desideri va posta questa domanda: che cosa mi accadrà se si realizza il mio desiderio, e che cosa se non si realizza ?”
E c’è una cosa ancora più interessante che dice Epicuro che in questi momenti dovrebbe farci riflettere…
“Il futuro non è interamente nelle nostre mani”
Ma in parte lo è. E invita a lasciare andare ciò che noi non possiamo controllare, mentre a focalizzarci su quello su cui possiamo avere il controllo.
Non possiamo prevedere gli sviluppi del contagio del Covid19. Non possiamo sapere per quanto tempo il mondo rimarrà chiuso in questa bolla. Non sappiamo quando riprenderemo ad uscire di casa, lavorare e viaggiare.
Però possiamo fare una cosa. Concentrarci su di noi e sui nostri desideri.
Nelson Mandela per 27 anni di carcere ogni giorno corre sul posto e poi studia e scrive e non smette di credere nelle sue idee.
Anna Frank conserva le sue momorie di ragazzina che saranno così preziose per tutti i ragazzini che verranno dopo di lei.
Noi siamo qui e abbiamo paura.
Paura della malattia
Paura del contagio
Paura per i nostri cari
Paura per noi
Paura per il nostro lavoro
Paura di poter pagare il mutuo
Paura di non farcela
Provo a fermarmi. Allontanare le paure. Concentrarmi su di me.
Cosa mi fa bene ora?
Scrivere
Cosa mi tiene lontana dalle inquietudini?
Sentire i miei amici e i miei genitori
Cosa mi fa sentire migliore?
Studiare e ripassare cose dimenticate.
Ecco. Questo è il mio nuovo stato nel presente. Forse non c’è una definizione per raccontarlo, ma esiste e sono io. Ora. Nel contagio.

Paola Peretti

Ieri sera sono uscito tardi.
Avevo voglia di andare a trovare un amico; papà era appena tornato dal negozio dove si comprano le scatolette ed io ho approfittato della porta socchiusa.
C’è stato il sole tutto il giorno, di solito a quest’ora andiamo a fare una passeggiata, incontriamo gli altri…
Stavolta ero solo.
Ho attraversato l’aiuola della vicina –io e lei non andiamo d’accordo- e le ho scompigliato per bene le sue preziose violette. Non è uscita a sgridarmi. Meglio così.
Sono passato davanti alla scuola, giusto per dare un’occhiata. La luce nella casetta dei custodi era spenta. Strano. Ho giocato un po’ con una palla di lana che lasciano sempre in cortile, ma poi è arrivato il cane che abita lì e me ne sono andato.
Mi è venuto in mente un bellissimo posto dove mettermi a sonnecchiare; per arrivarci ho superato –con calma, con calma- il negozio del cibo. La sua vetrina mi ha restituito una gran bella alba –si chiama così, no?- e un’immagine davvero niente male di me. Ho gettato uno sguardo allo scaffale su cui tengono quelle delizie di pesce: vuoto. Allora ho iniziato a preoccuparmi.
Il bellissimo posto, il negozio dei libri, doveva già essere aperto. Mi sono seduto sul tappetino di benvenuto, aspettando che le porte trasparenti mi lasciassero passare, come sempre. Non è successo.
Una finestra si è aperta sopra di me. L’uomo del negozio di libri abita lì. Aveva una tazza in mano e segni rosso scuro sotto gli occhi. Si è guardato intorno, mi ha visto sotto la sua finestra.
-Oggi niente colazione, bello- ha detto.
Ho accarezzato la porta con tutto il corpo, che significa: “Dai, facciamo come dico io!”
-Niente colazione, te l’ho detto- ha sospirato lui. –Mi dispiace, Ottimo. Torna tra un paio d’ore. Ti lascio una scodella di latte sul tappeto.
-Miau-, ho risposto, e me ne sono tornato a casa. Prima di cominciare a grattare contro la porta per farmi aprire, mi sono steso in mezzo alla strada vuota, ancora silenziosa. Le loro casette con le ruote sembravano addormentate da cento anni, non mi facevano alcuna paura.
Mi sono guardato la pancia, poi una piccolissima stella ancora viva nel cielo ormai quasi del tutto azzurro ha attirato la mia attenzione. E, non so perché, mi sono sentito male per gli umani.
Se il negozio dei libri è chiuso, o loro stanno impazzendo, o sta succedendo qualcosa di molto triste. I negozi dei libri non dovrebbero mai chiudere. Altrimenti dove vanno a fare colazione, i gattini?

Vladimiro Polchi

Roma.
22esimo giorno di quarantena.
Garbatella.
Lotto popolare.
Vecchi chiusi in casa.
Un paio di bambini corre in cortile.
Molti si affacciano, nessuno scende.
Musica dalle finestre.
Qualche ginnasta sulle terrazze condominiali.
Cornacchie spadroneggiano e urlano.
Tutt’attorno controlli di polizia.
Non credo alla retorica del tempo ritrovato.
Non credo cambierà il nostro sguardo sul prossimo.
Non credo che usciremo migliori da questa esperienza.
Ma ognuno ci è entrato a modo suo.
Monica c’è entrata così.

 

Rosella Postorino

1 marzo 2020

La notizia che più mi ha stretto il cuore, nell’ipertrofia mediatica da covid-19, è stata la decisione di evitare a messa il segno di pace. Mi è sempre piaciuto il gesto di stringere la mano a un estraneo e, sorridendo, pronunciare quella parola breve e calmante, pace. Da piccola mi spostavo dalla panca per afferrare più mani possibili, perché questo mi faceva sentire parte di una comunità, distraeva la solitudine, illudeva la speranza.
Se il segno di pace si deve eliminare, significa invece che anche in chiesa possiamo diffidare dell’altro, che persino nel luogo in cui ci chiedono di amarlo come noi stessi il prossimo è una minaccia, che è il suo corpo imperfetto e mortale a interessarci, ben più della sua anima, perché ha il potere di mettere fine alla nostra vita terrena, e poco importa che secondo la dottrina ce ne sia una eterna ad attenderci. Se il sospetto ci allontana anche di fronte all’altare, allora niente può distrarre la solitudine: siamo isolati nella nostra biologica finitezza.
Badate bene, non è una critica alle cautele adottate, mi affido agli esperti che le reputano necessarie: non mi sto occupando di scienza, ma di paura. Tanto più che a messa ci capito di rado, e da imbucata.
In questi giorni i social si sono riempiti di citazioni letterarie, dalla peste manzoniana a Cecità di Saramago. Come al solito io ho pensato a Orwell, 1984. In un regime totalitario che pretende di controllare i pensieri, la forma più potente di sovversione è innamorarsi. Che c’entra?, domanderete. Nel totalitarismo feroce della nostra condizione mortale – che nessuno ha scelto e cui chiunque è condannato – desiderare il corpo di un altro, il suo corpo destinato a decomporsi, sfondare la barriera dei corpi attraverso l’intimità con qualcuno che non ci ha concepito né abbiamo partorito, ossia un estraneo, magari appena incontrato, del quale tutto o quasi è ancora da scoprire, ed è questo ad attrarci, desiderare il suo corpo fragilissimo, insomma, è un atto di ribellione, di arroganza prometeica, di rivincita dell’umanità sulla natura. Che cos’è l’innamoramento se non una sfida alla morte?
Vietati gli abbracci, le chiacchiere ravvicinate, i viaggi, i concerti, i cinema, vietato stare insieme: è stato questo a spaventarmi. Per reazione, ho chiamato amici che non vedevo da tempo, avevo voglia di stringerli. Solo immaginando che sulla metro o in un bar, giusto adesso, qualcuno si stia innamorando e, dimentico dei virus e della propria caducità, appoggi le labbra su labbra sconosciute, sento la morsa allentarsi. Il caos ritrova un ordine, per quanto precario o illogico sia.
L’altro può sempre farci del male. È questo rischio costante a rendere la convivenza fra umani un miracolo, almeno quando, anziché considerarsi una minaccia da annientare, si toccano per scambiare un segno di pace.

10 marzo 2020

Era la quarta colonscopia della mia vita, in passato le ho fatte anche da sveglia. Eppure stamattina ero agitatissima. Probabilmente era la paura delle nostre vite di colpo cambiate, le nostre vite tenute su dalle cose e persone che amiamo, e che senza quelle cose e persone rischiano di vacillare; o forse è che negli ultimi anni ho letto così tanto di guerra, che emotivamente mi sento lì, anche se razionalmente so che non è vero, ma è con quel mondo spoglio in cerca di risorse per sopravvivere che si scatenano associazioni nella mia testa.
Così piangevo, stamattina, guardando gli occhi del medico e dell’anestesista, chiedevo scusa per le lacrime, mi asciugavo con un fazzoletto, ma piangevo. E loro hanno cercato di distrarmi, domandandomi che facevo nella vita. Ho iniziato a parlare di libri, del mio più recente, di quelli altrui. L’ultima parola che ho pronunciato prima di addormentarmi è stata “Strout”. Poi ho sognato la casa editrice, questo lavoro meraviglioso da cui nemmeno la fatica di dover girare ogni weekend l’Italia e l’Europa (ho rinunciato a Canada o Tailandia, per dire), grazie a Le assaggiatrici, è riuscita a strapparmi: ho sognato i libri, e quando mi sono svegliata mi pareva strano non essere in ufficio.
Penso a tutti quelli che non possono lavorare da casa, che sono obbligati a uscire, agli operai, ai precari, a coloro che trasportano le merci, al personale medico e infermieristico… Io sono una privilegiata: posso leggere ovunque, scrivere una quarta ovunque, pensare al piano editoriale ovunque, parlare al telefono ovunque, eppure fino a ieri ero in ufficio, perché quel luogo è casa mia, per me. Continuiamo a ripetere quanto sia bello stare a casa: lo so benissimo. A casa si scrive, si legge, si disegna, si canta con la musica accesa, si fa la doccia calda. Ma bisogna sceglierlo. Non sceglierlo fa paura, e non c’è bisogno di stigmatizzare chi ha paura, dirgli che non è abituato a stare con sé stesso, che è questo che teme: sé stesso. Io ho fatto abbastanza anni di analisi e ho scritto abbastanza romanzi per conoscere i precipizi di me stessa in cui si rischia di sprofondare. E ho vissuto fino a 18 anni con un padre che mi vietava quasi tutto e, se assieme all’apprensione di mia madre mi ha reso claustrofobica, mi ha dato però anche un motivo per abitare un mondo immaginario, per me più vero del vero, quello dei libri.
Senza il cinema, il teatro, i concerti, i continui viaggi in Italia e all’estero, le presentazioni pubbliche, i pranzi con gli amici, perdo molto dell’identità che ho costruito con le mie forze, perdo pezzi di ciò che sono – perché io sono anche le mie relazioni con gli altri, a ogni livello, più o meno intimo – e torno un po’ a essere quella ragazzina che non poteva uscire. Forse è questo che mi fa piangere.
Però poi mi ricordo che ho i libri, che oggi esce il nuovo della Strout, che Duras e Pavese da adolescente mi hanno salvata, anche se loro non erano salvi, se non sono riusciti a salvarsi, e forse nessuno sa davvero salvare sé stesso – eppure, paradossalmente, con un libro può tenere in piedi la vita di un altro.

15 marzo 2020

Sono uscita a prendere il giornale. Livio è venuto con me. Mentre camminavamo, una donna si è affacciata alla finestra e con l’indice alzato ha cominciato a urlare che non dovevamo uscire in due, che non si esce insieme.
Livio ha provato a risponderle, con gentilezza, lei gli parlava sopra, io ho avuto una crisi di pianto.
Ho il terrore che questa quarantena possa generare una mutazione antropologica: l’altro da noi considerato solo come sospetto, come fastidio, come minaccia, come ostacolo, come imbuto in cui riversare odio, frustrazione, l’altro da abbattere, da annientare. Già questo meccanismo atroce era in atto con i migranti, oggi non è nemmeno più un problema di etnia o classe sociale. È più radicale, è primordiale, come ogni volta che la lotta per la sopravvivenza si fa letterale.
Poco dopo ho visto una coppia seduta su una panchina, lui accarezzava la pancia di lei. Sono scene come questa a farmi respirare. Non me ne importa nulla di sopravvivere se non resto umana. Non sono una bestia, che mangia caga e dorme. Ho bisogno di tutto il resto per sentire che l’esistenza esiste.

3 aprile:

Tutta questa retorica su cosa ci ha insegnato e ci insegna il virus riguardo a noi stessi e la nostra fragilità, la trovo insopportabile. Non voglio imparare nulla dal sacrificio, dal dolore, dalla disperazione di milioni di persone. Che sono mortale, e che lo sono gli altri, tutti quelli che amo, il pensiero che esiste la morte nonostante o per colpa di Dio, insomma, è il pensiero con cui convivo ogni giorno, con cui scrivo libri, non c’è ossessione più grande. Non ho bisogno di impararlo a questo prezzo, e soprattutto: che cosa deriverebbe da questa consapevolezza, a parte una paralisi collettiva? L’essere umano può riuscire a vivere solo se dimentica, a tratti, la propria mortalità.
Il vostro ottimismo consolatorio non funziona. Non voglio imparare nulla, quel che posso imparare da questo orrore lo sapevo già, e già mi faceva vivere peggio.

Giulia Rossi

Bip. I prodotti alla cassa di un supermercato di provincia. A Barbara mancano sei mesi alla pensione. Si lava le mani alla fine di ogni turno, come han detto di fare alla tv. Ma la mascherina è quella di ieri, non ce n’erano più nel magazzino.

Bip. I macchinari nel reparto di terapia intensiva, i tubi conficcati in tante gole e in tante storie. Uno s’immagina il silenzio. E invece è come essere in tangenziale un lunedì mattina, con i bip che s’infilano nei sogni.

Bip. I sogni di Aldo fanno bip. Settant’anni e qualche acciacco al cuore. Eppure fino a ieri stava bene, direbbero gli amici, se il bar non fosse chiuso.

Bip. La sveglia delle cinque di Francesco, in una Bergamo deserta dove anche i morti se ne sono andati. È vero che il silenzio puoi riempirlo come vuoi: di vita, d’intesa o d’imbarazzo, dipende con chi lo condividi. Ma Francesco è solo in mezzo al niente e allora lo riempie come può, col cellulare. Ciao mà, non preoccuparti, sì ho mangiato. Tu piuttosto ‘sta attenta. Hanno sputato in faccia a una cassiera l’altro giorno, m’ha mandato l’articolo un’amica.

Bip. Chiude la telefonata e deglutisce male. Entra nel reparto come sempre da diec’anni. Ma oggi ha cinque microfoni puntati addosso. Cosa succede in una terapia intensiva? Avete anche giovani intubati? Stasera sua madre lo guarderà in tv seduta sul divano. Un colpo di tosse e poi un altro, ma che sarà mai, è la felicità che m’è andata di traverso, penserà commossa. Francesco è alla tv come i famosi.

Vip. A proposito di vip: perché per i poveri cristi i tamponi non ci sono, ma qualche asintomatico famoso sa di esser positivo?

Bip. Tutti gli antifurti inseriti nei negozi. In tutti i ristoranti. In ogni libreria. Se ascolti le serrande del Paese abbassarsi tutte insieme non riesci a sopportarlo. La ruggine alla bocca e lo stridore nelle orecchie.

Bip. La segreteria telefonica. Lasciate un messaggio dopo il bip. L’ufficio ha chiuso e Davide sta a casa in cassaintegrazione. Cammina su e giù per il salotto come avesse una missione. No, scusa se ti disturbo, magari c’hai da fare… Ma che dico? Non lo so. È che magari domani ho un tubo in gola e allora ho pensato dai la chiamo, boh non so.

Bip. La retromarcia inserita da Guglielmo. Il suo camion trasporta l’essenziale, dice il Governo. Per poco non investe un ragazzetto distratto in motorino, gli urla qualche insulta mentre abbassa il finestrino. Poi intercetta lo sguardo della Madonna appesa sul cruscotto. Quasi quasi, quando tutto finirà e anche le chiese riapriranno, un cero nel dubbio va ad accenderlo. Nonostante le bestemmie. Poi magari si fa una pizza insieme ad Amadou. Gli son sempre stati sulle palle i musulmani, ma Amadou gli ha regalato l’Amuchina quando la sua era finita. E con lui sta dividendo il camion in questi giorni di fatica.

Bip. Le parolacce censurate in testa a Franco, che faceva il portiere in un albergo e ora sta insegnando a suo figlio ad andare in bicicletta sul terrazzo. Che c’avranno tutti da cantare? Compreso quel vicino, che o canta o sta al telefono ripetendo le solite due frasi. Facile per lui, col posto fisso che lo aspetta in un ufficio. Ma poi parte Bella Ciao, e allora Franco canta pure lui, sottovoce però canta. Perché cos’è la sua, se non la Resistenza?

Beep Beep, fa il figlio sfrecciando sul terrazzo. Guarda papi senza mani. E non sa, non saprà mai, come sia finito all’ospedale il suo vicino preferito. Quel signore gentile che in cambio di baci sulla guancia dispensava caramelle. Quando starà bene gli mostrerà come va forte in bici anche senza le rotelle.

Bip. Il clacson di un motorino che sfreccia per la città e consegna cibo a domicilio. Giovanni ha vent’anni e un nonno solo in ospedale. Ogni sera chiama insieme ai suoi il reparto, risponde un medico gentile. Stiamo facendo tutto il possibile, c’è solo da aspettare. E allora lui aspetta e intanto corre in motorino, in testa tutte le domeniche a giocare a palla insieme, giù in giardino.

Biiiiip. Mentre con i guanti dà il resto a una signora, il suono di una macchina dall’altra parte della città segnala che un cuore ha smesso di battere proprio ora. Un medico gentile ha smesso di sperare, ma non c’è neanche tempo per le lacrime, c’è un altro da intubare.

Rip è una cosa che mi fa incazzare veramente. Prendetevi il tempo almeno di scriverlo per lungo. Che là dentro, in quel tempo dilatato, ci devono stare un sacco di cose. Le domeniche in famiglia, quell’amico, i diciott’anni e ogni sbaglio.

Bip. Il microfono che si accende per la conferenza stampa delle diciotto alla tv. Aldo vale uno insieme a tanti Aldo, che era anziano e qualche acciacco già l’aveva. Muore nel silenzio, anzi no, muore come in tangenziale in un lunedì mattina. Circondato dai bip di tanti Aldo, senza un fiore sulla bara. Il funerale sarà un pallone lanciato contro un muro di un giardino come tanti, senza disturbare nemmeno la dannata statistica sull’età dei morti.

Trip. È quello che mi parte quando penso a tante storie come queste, intrecciate come i fili di una ragnatela. Sembra che la Storia, come il mare, passi tra le maglie di una rete senza lasciare niente se non sale. E mentre guardo la mia città immobile dalla terrazza, penso che in questo mondo sottosopra ogni parola riesce a racchiudere se stessa e il suo contrario: ti è vicino chi è lontano, puoi trovarti estraneo a chi hai accanto. La schiavitù di queste quattro mura ha il sapore di una libertà nell’avvenire. Un tempo per andare esattamente dove ognuno sa, senza una ragione necessaria da scrivere su un foglio.

Sarah Savioli

“Il nostro tempo non respira più.
Tutto sembra fermo tranne i bambini che diventano sempre più pallidi e lunghi come piantine che crescono al buio. 
Mai come ora la scelta di onestà con mio figlio piccolo mi pesa, perché spiegargli in un linguaggio semplice ciò che accade non fa che renderlo ancora più affilato e inesorabile.
Mentre lui corre per la casa con Spiderman che combatte il male o inventa nuovi dinosauri addomesticati che gli facciano compagnia e divorino le sue paure, piego panni, faccio biscotti che non avrei bisogno di fare, sistemo cassetti per tamponare le nuove inadeguatezze che continuano a germogliarmi addosso.
E non ho mai rotto tante tazze. Mi scivolano dalle mani come non fossi più pienamente in grado di sentire le cose fra le dita… Poi scordo le cose, mi distraggo con un nonnulla in un tentativo inconscio di staccarmi dal presente.
Tentativo inutile perché, giorno dopo giorno, il dolore striscia sottopelle e incide sempre più a fondo lo strato di senso di colpa del sopravvissuto.
E fra le quattro mura dalle quali io non posso uscire ma tanto entra tutto il resto, mi accorgo che non ho le parole. Non ho le parole per poter avvolgere questo sentire, questa vita che ora resta fra strade vuote e persone care svanite in tempi nei quali anche la sofferenza diviene qualcosa di contingentato, di misurato secondo un nuovo concetto di strettamente necessario.
Ora, avvolti attorno a noi stessi, siamo costretti a vederci nudi come non siamo mai stati e ci spacchiamo, con la metà più leggera che ci tiene a galla e va avanti legata con una corda a quella pesante che invece striscia sul fondo.
Forse da questo fango smosso nel buio nasceranno nuovi linguaggi per raccontare questo abisso condiviso da tutti nel quale affonda la nostra comprensione monca, individuale e caduca.
E allora, nuovamente daremo ai nostri pensieri le ali per volare al di là di tutto questo, a di là di noi.”

Roberta Schira

Ci sarà un Prima e un Dopo. Ma ora voglio vivere questo Adesso. Non voglio perdermi nulla di questo momento così drammatico e intenso e rivoluzionario. Per una come me che si occupa di cibo è una grande rivincita. Tutto il mondo, spesso senza esserne consapevole, mette in pratica la Cucinoterapia. Mai come ora manipolare cibo significa dare sfogo alla  creatività, anche all’aggressività, alla paura, all’incertezza. Mai come ora cucinare significa “impastare” la propria vita per darle nuova forma. Da scrittrice e critica gastronomica non posso che darvi un’ipotetica ricetta per il mondo diverso che ci attende”.

 

 

 

Ricetta per il Nuovo  Mondo

Ingredienti

3 cucchiai di Capacità di adattamento

5 cucchiai di Piacere della quotidianità

3 cucchiai Riscoperta delle piccole cose

3 cucchiai di Prospettiva

3 cucchiai di Immaginazione

5 cucchiai di Autocritica

3 cucchiai di Rispetto (per gli Altri e per il Pianeta)

1 spruzzata di Ironia

1 pizzico di voglia di Ricominciare

Mezzo bicchiere di Nostalgia

Procedimento

Unite tutti gli ingredienti in una ciotola, mescolate a lungo e intanto chiedetevi: “Che cosa mi rende davvero felice?”. Poi impastate bene con tutta la Compassione che riuscite a procurarvi. Ma non accontentatevi della Compassione che trovate un po’ scadente, in saldo, abbandonata su uno scaffale: scegliete con cura quella vera, che in senso classico significa partecipare al dolore altrui. Date all’impasto una forma rotonda e infornate. Ripetete ancora la domanda “che cosa mi rende davvero felice?” e aspettate fiduciosi  e pazienti prima di sfornare il vostro Nuovo Mondo, dovrete sentirvi davvero pronti ad assaporarlo.

Susanna Tamaro

PRIMA LEZIONE. LE PRATOLINE E LE VERONICHE

La prima cosa che viene in mente, pensando alla primavera, è lo sbocciare dei primi fiori. Spontaneamente si pensa che siano le primule ma in realtà le primule –  quelle selvatiche, non quelle che compriamo nei vivai – non sono le prime a comparire sui prati.

Dobbiamo imparare a vedere la primavera come una grande sinfonia in cui suonano tanti strumenti, in un crescendo rossiniano che raggiunge il suo culmine nel mese di maggio. 
La discreta’ ouverture’ inizia con i più umili dei fiori:  le pratoline – quelle margheritine bianche che tutti noi sappiamo riconoscere –  ma intorno a loro, ben preso, si allarga  una marea di veroniche. Dico ‘marea’ perché, con la loro leggerezza e con la loro ubiquità, sembrano proprio un mare in movimento quando vengono sfiorate dalla brezza. Il loro colore è splendido:   va dal bianco  all’azzurro fino a sfiorare il violetto. Popolarmente vengono chiamate ‘Occhi della Madonna’. E a che non è capitato, da bambino di raccoglierne  trionfante un mazzetto, per poi tornare a casa con in mano un esanime mucchietto di erba?  La pratolina  riesce a raggiungere il vasetto e sopravvivere un po’, ma la veronica no. La sua umile bellezza è tutta sotto il segno della fragilità. 
Costituisce uno dei primi nutrimenti per le api ma è destinata a caracollare a terra quando si posano su di lei. Per una delicata veronica il peso di un’ape non è molto diverso da quello di un elefante.

Eccole qua, le nostre amiche.
Una pratolina, beatamente circondata da veroniche. 
Chi è detto che il bello, per colpirci, deve essere straordinario?

Luca Tarenzi

Ed è arrivato l’Equinozio di Primavera. Per il primo mezzo minuto in cui ho ragionato su cosa scrivere in questo messaggio, sono stato tentato di partire con una tirata – una delle tante che si leggono in questi giorni – su come la Natura vada avanti anche senza di noi e si stia anzi riprendendo i suoi sacrosanti spazi in nostra assenza. Ho visto girare anche un filmato particolarmente aggressivo in proposito. E foto – meravigliose in se stesse – dei cieli puliti, dei delfini nel porto di Cagliari, dei canali di Venezia che sembrano di cristallo.
Eppure di tirate contro gli esseri umani non ne farò. Non ce n’è proprio nessun bisogno.
Siamo parte della Natura anche noi. Non siamo alieni venuti da un ecosistema extraterrestre a contaminare questo. Non siamo profughi scappati da un’altra dimensione. Siamo esattamente come le formiche, i pini, le balene, gli ornitorinchi e i licheni: un prodotto dell’evoluzione della vita su questo pianeta. Nasciamo, cresciamo, moriamo, mangiamo, ci ammaliamo, ci riproduciamo, stiamo male in determinate condizioni e bene in altre.
E commettiamo errori, come ne commettono le piante e gli animali. I nostri pesano di più, e questa è una cosa che dobbiamo assolutamente considerare. Ma non siamo un errore. Non siamo il gene impazzito. Non siamo un morbo.
Abbiamo diritto di stare qui, come chiunque altro. E dovere, sacrosanto dovere di prenderci cura di noi E di tutto il resto. Dell’umano e del non umano.
Non siamo mai stati nel posto sbagliato. Siamo qui.
E ci saremo ancora.

Francesca Tassini

Ho sempre vissuto con una strana nube sopra la testa, con la sensazione pressante di qualcosa che sarebbe successo e avrebbe spazzato via tutto da un momento all’altro. Ne erano impregnati miei sogni di bambina e poi di adulta, i miei pensieri coscienti e meno – e tutta la mia vita l’ho basata su una semplice, eppure durissima – disciplina: niente mi era dovuto, ogni respiro era una concessione che mi veniva fatta, con amore. È strano a dirsi, ma ora che accanto a me – vivo a Milano, ma non in centro: in un quartiere popolare dove alcuni non rispettano le basilari regole di convivenza, figuriamoci maschere e guanti sterili – vedo questo nemico silenzioso che avanza, come un soldato camuffato in mezzo a una foresta, invisibile, mi sento stranamente quieta. Stanca, forse. Ho sbagliato, anzi, a dire che “vedo”: non vedo, ma sento. Sento fortissimamente il dolore degli altri oltre le pareti e le finestre, la solitudine di un anziano rimasto solo, di una donna costretta tra le mura con un compagno violento, dei bambini lasciati senza guida. Sento questa immensa, potente energia collettiva e fatico a dormire, come se fossimo tutti un solo organismo – eppure così diversi, ora più che mai, in base alle nostre scelte, alle costrizioni sociali, ai problemi psicologici che magari ci trasciniamo appresso da una vita. Sento un rumore prepotente, che calpesta e annulla quello delle continue sirene delle ambulanze, ed è il rumore delle anime che hanno paura. Che non sanno cosa fare. Che si trovano spaurite e impotenti di fronte a decisioni di persone, politici, di cui non si sono mai fidati e no si fidano. Il mondo cambia, e il cambiamento porta dolore ma fa nascere cose nuove. Io mi auguro che questo cambiamento non ci colga troppo impreparati. Il consiglio che sto dando a tutti gli amici e la famiglia in questi giorni è: preparate non solo la mente, ma anche il corpo. Rendetevi imbattibili o quasi. Fate tanto esercizio fisico, soprattutto cardio, e respirazione. Avendo sofferto per anni di attacchi di panico, so quanto gli esercizi di respirazione possano aiutare la concentrazione e alleviare l’ansia. Imparate qualcosa di diverso dalla vostra professione, qualcosa che serva sempre, agli altri e a voi stessi/e. Ascoltate tanta musica, che è l’arte più antica e il migliore balsamo per il dolore, nonché il veicolo più immediato di bellezza. Cercate di non replicare gli stessi comportamenti di sempre ma assumetene di nuovi. Il mondo non sta finendo, sta solo cambiando.

Simone Tempia

“Hai preso tutto quello che serve per affrontare l’isolamento, Lloyd?”

“Certo, sir. Libri, carta da lettere, qualche buon disco e diverse pellicole cinematografiche”

“E a cosa mi dovrebbero servire, di grazia?”

“A leggere, scrivere e immaginare, sir”

“Tutte cose bellissime ma che non toglieranno il rischio del contagio…”

“Ma elimineranno il rischio peggiore, sir”

“Quale sarebbe, Lloyd?”

“Quello di trasformare lo stare in casa nel chiudersi in casa, sir”

“Saranno lunghe giornate, Lloyd”

“Vediamo di renderle fruttuose, sir”

Carla Vangelista

E in mezzo ai silenzi, immobili come statue attonite,
come alberi fulminati dalla propria impotenza.
In mezzo alle parole ora inutili,
alle informazioni che ci strangolano nelle notti insonni
In mezzo a mani che non possono toccare
E a corpi che non si possono sfiorare
Io e te lasciamo cadere i nostri vestiti come foglie secche e restiamo qui con un sorriso
Finalmente insieme agli altri.
Finalmente portatori di una croce
Che ci rende uguali.
Nell’attesa della resurrezione.

Andrea Vianello

Ho dei nuovi amici. In realtà dal punto di vista formale sarebbero dei conoscenti, ma si sa che a Roma “semo” tutti amici. Fino a un mese fa erano una luce notturna, il neon di una cucina, delle sagome sedute sotto un lampadario a cena, uno scorcio di vita degli altri. E noi per loro, probabilmente: due appartamenti contrapposti di palazzi adiacenti, entrambi ancora senza tende, vicinissimi e pure lontanissimi, in una scena da finestra nel cortile. Oggi invece se ci affacciamo sul balcone durante le infinite giornate di reclusione, lo spazio e l’estraneità tra noi non c’è più: abbiamo cantato insieme alle 18, quando ancora si cantava, conosciamo i nostri nomi, persino l’età dei nostri figli, e nella mia testa c’è l’idea che appena finirà tutto li inviteremo a mangiare, il mio nuovo amico Nicola e la sua famiglia, senza nemmeno rischiare di litigarci alla riunione di condominio. I nostri muri sono più sottili durante la quarantena, le nostre vite sono più trasparenti. E mentre posizioniamo smartphone e pc verso le nostre librerie rivelatrici per l’aperitivo di gruppo, forse capiamo, al di là delle app che ci toccherà installare, che la privacy è bella, ma in fondo non è poi così importante.

Giovanna Vivinetto

Allora siamo saliti in alto
col pensiero – abbiamo scrutato la terra
da lontano, da quello che c’è
dietro la luce. E non c’era strazio,
da qui non c’era orrore. Solo una pace
ampia più di ogni cosa
che sapevamo immaginare, qui.
C’era la salvezza come cosa semplice:
era una casa, una mano, un nome
era – che potevamo dimenticare
perciò prezioso nel suo passare.

Stavamo per non appartenerci più.

Poi qualcosa ci sfiorò la pelle,
velocissimo finì oltre di noi
lontano e si disperse. Ci richiamò.

Veniva dal basso. Da dove sappiamo
che siamo per poco – che in fondo
duriamo niente.

Aprimmo le bocche per parlare,
come per consolare: «stiamo
per ritornare» – ma la voce da qui
era un dolore ovattato distante.
Una preghiera disobbediente.